Quattordici anni. Tanti ne sono passati da Falling From Heaven a Thorn. Nel frattempo il mondo è cambiato, il metal ha attraversato mode, revival e improvvise resurrezioni, mentre una quantità impressionante di band è salita sul carrozzone del momento, per poi sparire alla stessa velocità con cui era arrivata. Gli Heavenfall, invece, sono rimasti lì. Magari in silenzio, costretti a rallentare, e alle prese con una line-up che sembrava non voler trovare pace, ma senza mai mollare davvero.
Ed è forse questo l'aspetto più interessante della loro storia, gli Heavenfall non sono mai stati una band arrivata al momento giusto. Come racconta Dest in questa intervista, in realtà “non c'è mai stato spazio” per loro. Una frase che potrebbe sembrare amara, ma che racconta perfettamente l'attitudine di una formazione che per oltre vent'anni ha continuato a fare musica senza rincorrere il genere del momento.
E allora Thorn diventa qualcosa di più di un semplice secondo album. È il risultato di una lunga resistenza. Alcuni pezzi hanno iniziato a prendere forma addirittura nel 2010, altri sono arrivati molto più tardi, e nel mezzo ci sono stati cambi di formazione, esperienze parallele, anni di composizione e arrangiamenti, fino ad arrivare alla line-up che ha finalmente dato un volto definitivo a questo materiale.
La cosa bella è che, ascoltando le parole di Dest, non emerge la storia di una band che ha cercato per quattordici anni di tornare quella di Falling From Heaven. Al contrario, gli Heavenfall hanno utilizzato tutto questo tempo per capire chi volevano essere.
La maturità è arrivata insieme agli anni, alle esperienze e alla musica suonata con altri musicisti, ma senza cancellare quella scintilla originaria. Perché alla fine Dest e Pave sono ancora quei due ragazzi che ventitré anni fa si chiudevano in una cantina a fare casino con gli strumenti. Solo che oggi hanno alle spalle ventitré anni di musica, errori, cambiamenti, prove e ostinazione.
Ed è proprio questa ostinazione che mi interessa raccontare. Perché nel metal, soprattutto quando non hai mai avuto il privilegio di seguire i trend, continuare a esserci per oltre vent'anni vale spesso più di qualsiasi etichetta.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Dest, allora, Thorn arriva a distanza di ben quattordici anni da Falling From Heaven. Considerando che gli Heavenfall sono attivi ormai da oltre vent'anni, viene spontaneo chiedervi: perché abbiamo dovuto aspettare così tanto per il vostro secondo full-length? È stata una scelta precisa, una difficoltà nel trovare le condizioni giuste oppure semplicemente la vita e gli altri progetti hanno preso il sopravvento?
Ciao Beppe, le motivazioni sono molteplici, la cosa che ci ha rallentato maggiormente è stata la difficoltà nel trovare una line up stabile.
Abbiamo lavorato a questo album per tanti anni, alcuni brani risalgono al 2010, altri invece sono stati completati meno di un anno prima delle registrazioni, ma il lavoro di arrangiamento con la formazione che ha effettivamente registrato Thorn è stata fondamentale per creare un sound coerente e coeso che potesse valorizzare non solo le singole canzoni, ma l’album come intero.
In questo senso la lunga gestazione ha sicuramente giovato al risultato finale.
In questi lunghi anni avete mai pensato seriamente che non ci sarebbe mai stato spazio per un vostro come back sulle scene? Ci sono stati momenti nei quali la band è stata realmente ferma oppure, anche nei periodi di apparente silenzio, il progetto è rimasto sempre vivo?
Il pensiero che non ci fosse spazio per noi non ci ha mai sfiorato, in un certo senso non c’è mai stato spazio per gli Heavenfall, ma questo non è mai stato fonte di preoccupazione, siamo sempre stati degli outsider.
Mi spiego meglio: non abbiamo mai suonato un genere che stesse vivendo un periodo di particolare interesse, siamo passati attraverso il susseguirsi di trend e mode senza mai rientrare in nessuno dei generi che andavano per la maggiore, mi viene in mente il periodo in cui imperversava il folk metal o tutta l’ondata di revival del thrash old school.
Non mi fraintendere, sono entrambi generi che ascoltiamo e che ci piacciono, come molti altri, semplicemente non ci è mai capitato di rientrare nel genere che in un dato momento era sulla cresta dell’onda.
Fortunatamente la band non è mai rimasta davvero ferma, anche quando abbiamo attraversato periodi di stop forzato per via di cambi di formazione o altri fattori (tipo la pandemia), non abbiamo mai smesso di scrivere, comporre e arrangiare nuovo materiale.
Anzi, forse sono stati proprio questi periodi di intenso songwriting a forgiare quello che è poi diventato il sound attuale degli Heavenfall che senti su Thorn.
Sia tu che Pave avete avuto modo di suonare e collaborare con altre realtà nel corso degli anni. Quanto hanno influito queste esperienze parallele sulla scrittura e sull'identità degli Heavenfall? Quando avete deciso di tornare a lavorare concretamente su Thorn, vi siete ritrovati musicalmente diversi rispetto al 2012?
Sicuramente le collaborazioni con altre band ci hanno arricchito e ci arricchiscono tantissimo tutt’ora, l’esperienza che puoi “rubare” dagli altri musicisti e fare tua è una delle cose più belle del fare musica d’insieme. Non sai mai come la contaminazione con approcci diversi possa andare ad accrescere il tuo bagaglio ed aprirti possibilità che prima non conoscevi.
Questo ci ha sicuramente donato una maggiore maturità e varietà nelle soluzioni che possiamo adottare, ma non penso abbia davvero influito sull’identità degli Heavenfall.
Dopo 23 anni, con tutti i cambiamenti del caso, mi rendo conto che l’energia che ci permea quando lavoriamo alla nostra musica è la stessa di quando eravamo dei quindicenni che si trovavano in una cantina a far casino con gli strumenti.
Se Falling From Heaven rappresentava una fotografia degli Heavenfall di allora, Thorn sembra invece raccontare una band molto più consapevole e personale. Qual è stata la trasformazione più importante avvenuta dentro il gruppo in questi quattordici anni?
Probabilmente l’acquisizione di consapevolezza è la cosa che più è cambiata, Miles Davis diceva: “Ci vogliono anni per imparare a suonare come te stesso” e penso proprio che questa frase racchiuda quello che è successo agli Heavenfall.
I brani di Falling From Heaven sono stati scritti da minorenni alla primissima esperienza, non dico che ora siamo dei professionisti consumati, ma sicuramente tutte le esperienze accumulate nel corso degli anni, sia come individui che come band ci hanno portato ad avere una visione molto più lucida di quello che vogliamo che sia la nostra musica.
I compositori principali siamo da sempre Pave ed io e quando fai musica con la stessa persona per 23 anni, sviluppi una comunione di intenti che rende il processo estremamente naturale.
Credo sia stata l’evoluzione di questa simbiosi artistica ad aver portato i maggiori cambiamenti.
Una cosa che colpisce immediatamente di Thorn è la qualità della produzione: potente, pulita, dettagliata, ma senza togliere peso e personalità alle chitarre. Complimenti davvero. Quanto avete lavorato per ottenere questo equilibrio e quanto è stato importante il contributo di Maurizio Cardullo e Davide Tavecchia?
Grazie mille! Siamo veramente molto soddisfatti di ogni aspetto di Thorn e la produzione lo valorizza tantissimo.
Abbiamo fatto davvero un gran lavoro di preproduzione nel corso degli anni e siamo arrivati in studio molto ben preparati e con un’idea molto chiara di ciò che volevamo: un album che suonasse pesante, massiccio e compatto senza rinunciare alla dinamica dell’esecuzione.
Un disco incentrato sulle chitarre, che suonasse moderno, ma senza essere patinato o sembrare la fotocopia delle troppe produzioni tutte uguali che escono continuamente.
La scelta di collaborare con Maurizio Cardullo e Davide Tavecchia si è rivelata azzeccatissima in questo senso.
Maurizio è prima di tutto un caro amico, è stato il nostro bassista per tanti anni e ha prodotto i nostri lavori precedenti, non potevamo pensare a nessuno migliore di lui per seguire le registrazioni di batteria, che è sicuramente lo strumento più complicato da registrare come si deve. Infatti il risultato è stato davvero eccezionale, se la prestazione di Panta è stata ottima, il lavoro di Maurizio ha saputo valorizzarla al meglio.
Davide dal canto suo è stato veramente fenomenale, ha capito subito quello che volevamo ottenere ed è stato immediatamente in grado di proporci le soluzioni migliori per raggiungere il risultato che stavamo cercando. Penso proprio che collaboreremo ancora con lui in futuro.
Il titolo Thorn, “spina”, sembra avere un significato molto profondo, lo possiamo alle ferite interiori, alla sofferenza e alla crescita personale? Quanto è autobiografico questo disco? La “spina” rappresenta qualcosa di concreto della vostra esperienza oppure è volutamente una metafora aperta?
Thorn è un album profondamente introspettivo e autobiografico, parla delle asperità della vita, fondamentali per la crescita di ognuno di noi, di tutte quelle esperienze e sensazioni che lasciano ferite profonde e un senso di smarrimento che non è sempre facile comprendere.
Ha un sound che abbraccia malinconia e tristezza, non come elementi dai quali fuggire, ma come inevitabili parti del nostro vissuto da capire e delle quali prendersi cura.
Non è un album che aiuta ad estraniarsi da queste sensazioni, anzi, è pensato come un'esperienza di ascolto catartica e proprio per questo non sempre di facile fruizione.
Il concetto della spina non è qualcosa di univoco, richiama tutte quelle sensazioni spiacevoli e difficili da affrontare, per noi è molto importante che ognuno possa interpretare questi brani a seconda della propria sensibilità e del proprio vissuto.
In questi pochi mesi dall’uscita di Thorn, abbiamo raccolto tante impressioni e sono uscite molte interpretazioni diverse, ma non ne esistono di giuste e sbagliate.
Questa è la cosa bella, gli ascoltatori vengono spinti alla riflessione e allo sviluppo di un’interpretazione personale.
Guardando la copertina, viene spontaneo pensare alla corona di spine e quindi a una simbologia quasi religiosa, fatta di dolore, sacrificio e redenzione. Esiste realmente un collegamento fra il titolo Thorn, l'immagine della corona di spine, oppure la mia è soltanto un'interpretazione?
La corona di spine non è un richiamo religioso in senso stretto, anche se una certa propensione all'iconoclastia è da sempre parte degli Heavenfall, fin dalla scelta del nome della band.
Essendo un simbolo innegabilmente legato al martirio e alla sofferenza ci è sembrato calzante accostarlo al titolo dell’album.
Thorn è infatti una parola che richiama più una suggestione che non un concetto specifico, richiama lo spirito dell’album e dei suoi topos senza entrare nello specifico e lasciando spazio, come dicevamo prima, all’interpretazione.
L’artwork va di pari passo, il simbolo che si trova al centro della copertina è un simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale che ha proprio il nome Thorn e rappresenta un suono, quello del th muto, che ricorda un sussurro, un suono che ha bisogno di silenzio e attenzione per essere colto.
Tutto l’artwork richiama questi concetti di malinconia, introspezione e ricerca, dalla scelta dei simboli a quella dei colori, all’assenza di scritte sulla copertina, tutto è stato pensato per mantenere una sensazione che potesse indirizzare al contenuto del disco e il lavoro eccezionale di Aaron Bonogofsky (October Midnight) è davvero la ciliegina sulla torta.
Nel booklet avete inserito anche una citazione di Anne Brontë: “He that dares not grasp the thorn should never crave the rose”. Quanto è importante questa frase per comprendere il significato complessivo dell'album?
Trovo che sia molto utile per capirne alcune sfumature, per esempio che l’ottica di tristezza che permea Thorn non è dettata da cinismo o pessimismo, ma è una visione realista che spesso nasce dalla disillusione e chiama una presa di coscienza.
Non esiste conquista senza sacrificio, non esiste felicità senza tristezza, ma questi opposti convivono, non si sostituiscono a vicenda a seconda delle situazioni e accettare le spine significa capire le rose.
Una delle curiosità che mi ha colpito maggiormente riguarda alcuni richiami alla fonetica presenti nel booklet. Da dove nasce questa scelta? Sono riferimenti legati alla pronuncia delle parole, al loro suono, alla loro origine oppure c'è dietro un significato più concettuale?
Da sempre nei nostri testi inseriamo giochi di parole, pun e riferimenti a volte difficili da cogliere ad un’analisi superficiale.
Nel booklet di Thorn, tra il titolo e il testo di ogni canzone, è riportato il titolo scritto con i simboli dell’alfabeto fonetico internazionale, ma nel caso di giochi di parole, viene riportato il suono della parola nascosta.
Per esempio Squall-led è riportato foneticamente come “squallid” o This Illusion come “disillusion”. Entrambe le diciture rispecchiano le canzoni, in Squall-led il testo parla di una tempesta che funge da guida per l’introspezione, ma anche del metaforico squallore che traspare da chi si consuma inseguendone il significato senza venirne a capo.
This Illusion parla dell’illusoria ricerca di spiriti affini per intenti e valori, ma che risulta puntualmente infruttuosa, trasformandosi in disillusione che a sua volta porta alla consapevolezza di essere soli.
Ci è sempre piaciuto nascondere questi particolari nei nostri dischi, sia nei testi che negli artwork, a volte anche dentro i brani con citazioni più o meno note come l’intro di Ora Pro Nemine che si apre con il celeberrimo dialogo di Castlevania: Symphony of the Night.
I testi di Thorn sembrano muoversi spesso fra introspezione, malinconia, conflitto interiore e ricerca di una propria identità. Quando componete, viene prima la musica oppure nasce prima il concetto che poi cercate di trasformare in una canzone?
La maggior parte delle volte partiamo da un riff di chitarra o da un giro di accordi che poi trasformiamo in una struttura rudimentale e solo successivamente pensiamo ad un testo che possa sposarsi con il brano.
Ma è capitato anche di avere un’idea di testo o semplicemente un titolo dal quale traiamo ispirazione per scrivere la musica. Non c’è una regola, l’importante è che il processo abbia senso per noi e che porti ad un risultato soddisfacente.
Musicalmente avete mantenuto le radici nell'heavy metal, ma nel disco convivono momenti più aggressivi, aperture melodiche, atmosfere oscure e passaggi quasi progressivi. Quanto è importante per voi evitare di rimanere imprigionati dentro un'unica definizione di heavy metal?
Abbiamo sempre cercato di sviluppare un sound personale, le influenze che abbiamo raccolto in tutti questi anni ovviamente sono state di grande aiuto, ma l’idea di base è sempre la stessa: suonare come gli Heavenfall.
Chiaramente questo concetto si è evoluto nel corso degli anni, abbiamo affinato quello che secondo noi è il sound che dovrebbe avere la band e continueremo ad evolverci nel corso del tempo. O almeno questa è la speranza.
Stramonium, con i suoi oltre otto minuti, è il brano più lungo e probabilmente anche uno dei più ambiziosi dell'album. Perché avete scelto di chiudere Thorn proprio con una composizione così articolata? Era stata concepita fin dall'inizio come conclusione del disco?
La genesi di Stramonium è stata in realtà molto naturale, siamo partiti da un paio di arpeggi e riff e poi l’abbiamo sviluppata come facciamo di solito, solo che questa volta è venuto fuori un brano molto più articolato e lungo del solito.
Ciò che ci ha colpito fin da subito è stato che scorre senza problemi dall’inizio alla fine, non dà l’impressione di essere un brano da oltre otto minuti.
La scelta di usarla come chiusura di Thorn è dovuta al desiderio di chiudere l’album con qualcosa di speciale e soprattutto perchè l’arpeggio finale che va a sfumare trasmette una sensazione particolare, lascia all’ascoltatore quella sensazione, quel sapore agrodolce che fa capire che l’analisi, l’introspezione non è finita, che l’album può dare ancora di più con ascolti reiterati. Quantomeno è quello che trasmette a noi.
Fra le trame delle undici composizioni ci sono anche momenti più intimi, come No Candlelight e Left Apart, che spezzano la componente più aggressiva. Quanto è difficile per una band heavy trovare il giusto equilibrio fra potenza e vulnerabilità senza perdere la propria identità?
A dire il vero la parte più riflessiva ed intima è sempre stata una componente fondamentale della nostra identità, ci viene naturale scrivere brani più lenti e atmosferici o aggiungere inserti acustici in brani più aggressivi.
Si tratta di una componente che ci viene talmente naturale, da sembrare quasi strano a volte quando non la inseriamo in un brano.
Non pensiamo mai a come dovrebbe suonare una canzone a tavolino, magari partiamo con un’idea, ma poi ci facciamo prendere dal flusso creativo e seguiamo l’ispirazione senza preoccuparci troppo dell’equilibrio, quello sembra venirci naturale anche lavorando successivamente al brano in fase di arrangiamento.
Dopo un'attesa così lunga, cosa rappresenta oggi quest'album per voi? È semplicemente il secondo capitolo della storia degli Heavenfall oppure lo considerate una sorta di nuovo punto di partenza?
Thorn segna un punto di svolta per gli Heavenfall, non solo a livello di sound, ma anche a livello di gestione della band. Non un vero e proprio punto di partenza, diciamo più una pietra miliare per quanto riguarda la nostra storia e la consapevolezza che abbiamo raggiunto.
E veniamo al futuro: ora che finalmente Thorn è uscito, possiamo aspettarci che gli Heavenfall abbiano ritrovato una continuità discografica oppure dobbiamo prepararci a un'altra lunga attesa? Avete già iniziato a pensare ad un ipotetico prossimo capitolo della vostra storia?
La nostra idea è di dare alla band una continuità discografica, come ti dicevo abbiamo tantissimo materiale su cui lavorare, abbiamo iniziato a mettere mano al successore di Thorn e non solo. Ci sono in cantiere altri progetti un pò particolari che non vediamo l’ora di realizzare.
Di cose da fare ce ne sono tante e la voglia di impegnarci per far crescere gli Heavenfall non manca, l’idea è di pubblicare il prossimo lavoro in tempi ragionevolmente brevi e continuare così.

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