Curmisagios - Blast from the Past

 


Sbucati letteralmente dal passato, da una strana dimensione spazio/temporale , i Curmisagios, letteralmente cercatori di birra, erano il classico gruppo di amici che rappresentava alla perfezione il vero significato del suonare in una band, ovvero quello fatto di estenuanti sessioni in sala prove alla ricerca di una propria identità artistica e del giusto groove, il tutto condito da una sana dose di "just for fun", elemento che li ha sempre contraddistinti dal resto delle formazioni attive all'inizio del nuovo millennio nella scena underground del capoluogo piemontese per eccellenza.
E se a livello puramente discografico hanno prodotto ancor meno di quanto ci si aspettasse, ci pensa la compilation omonima celebrativa, in uscita a breve su etichetta The Triad records, a fornire un quadro dettagliato di quelle che erano le aspirazioni dei nostri, ovvero quello di portare alla ribalta un coriaceo heavy rock di stampo puramente ottantiano suonato con verve e convinzione, all'interno di nove brani che non riescono a mitigare quel senso di amaro in bocca del "poteva essere, ma non è stato".
Lascio dunque la parola a Michele Novarina batterista storico della band e...…
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana

Ciao Michele e grazie del tempo che ci stai volendo dedicare. Dunque, l'esistenza artistica dei Curmisagios è avvolta nel mistero. Le notizie sul vostro conto sono poche e frammentarie, per questo ti chiederei di tracciare un piccolo excursus sugli inizi della vostra avventura. È vero che agli inizi tu stesso ricoprivi il doppio ruolo di cantante/batterista?

MN – Ciao, è un piacere trovarsi per una volta dall’altra parte della barricata. Solitamente ero io, da speaker radiofonico e curatore di interviste, a fare domande alle bands! I Curmisagios nascono ad un tavolino del pub Corner House di Corso Sebastopoli ad inizio 2007 (locale che purtroppo non c’è più). Muttley è un po’ che trita i maroni per provare a suonare qualcosa. Alla fine, vince lui, e ci si inizia trovare alla Bassa Frequenza, sede storica di Via Nicola Fabrizi. Tre energumeni in una sala prove, con poche idee confuse ma molte lattine di birra da bere. Inizialmente ci fu da capire il da farsi: Muttley voleva fare delle cover per cominciare, io odio fare cover e Tony CP era indifferente al tutto, a lui bastava avere da suonare qualcosa. Le cover sono perdite di tempo e non danno nulla di valore aggiunto; perciò, riesco a spuntarla e nelle settimane seguenti arrivai in sala con un’idea di musica, dei riff e un testo, che divennero “Stray”. Qui serve andare indietro nel tempo, fino a metà anni 90. All’epoca suonavo in una band chiamata Xerasma (che in greco vuole dire vomito). Facevamo Thrash metal cantato in italiano. Avevamo un pezzo chiamato “Futile Illusione”, che fu la base di tutto: gran parte del testo fu tradotto in inglese e la struttura portante fu presa per creare “Stray”. 
Agli inizi eravamo in tre e visto che non ho una voce così tremenda, mi cimentai anche al microfono mentre facevo baccano alle pelli. Nel frattempo, contattai un vecchio amico del liceo, anche egli nel vortice dei vecchi Xerasma, e gli chiesi se avesse avuto piacere di tirare le corde della chitarra. Così Dany, il Charles Manson della band, si unì alla causa. Per molto tempo macinammo ore di prove con questa line up, per poi provare, e arruolare, Phil Marcello. Era il classico amico dell’amico dell’amico, ma dopo solo 15 minuti ci aveva già fatto cadere i capelli: al microfono era una vera belva. Con questa formazione furono composti tutti i pezzi e iniziammo a suonare live. Poi il singer ebbe una folgorazione sulla via di Damasco e da un giorno all’altro lasciò la band proprio in procinto di un concerto che si sarebbe tenuto dal mitico Sugar Favre. Per fortuna riuscimmo a mobilitare amici e conoscenti ad alternarsi al microfono e fu veramente uno spettacolo che nemmeno noi potevamo immaginare. Parteciparono Henry Singer, una soave voce femminile che io chiamavo Ofelia e vennero da Milano Alex Domino e Wallace dei Motorhell per eseguire una cover di Orgasmatron da far cadere i muri. In quell’unica occasione cantò live il neoarrivato Reuso, già cantante dei Sanurya. 

Ok, quindi mi pare di capire che, nonostante la composizione di parecchi brani, non avevate mai pubblicato un vero e proprio demo di debutto, come mai? Avevate puntato tutto sul creare il giusto affiatamento per gestire al meglio il suono della band?

MN – Semplicemente non abbiamo mai avuto interesse ad incidere nulla. Ogni tanto ci facevamo qualche registrazione in presa diretta con dei perimetrali in sala, giusto per avere un feedback a posteriori, risentirsi ed eventualmente lavorare su modifiche ai pezzi, migliorie e cose del genere. 

Visto che siamo in argomento, puoi darci alcuni dettagli sulle registrazioni dei dieci brani che trovano posto nella track list finale del cd? Quanto tempo avete trascorso in studio? Avete fatto tutto da soli in saletta con la vostra stumentazione, oppure vi siete avvalsi della collaborazione di uno studio professionale? Qual'era l'aria che si respirava durante le registrazioni? 

MN – Come detto nella precedente domanda abbiamo sempre e solo fatto prese dirette con dei perimetrali con la strumentazione presente in sala prove, alla quale ognuno aggiungeva magari qualcosa della propria personale. Le canzoni erano registrate in MP3 e portate a casa su scheda SD. Per noi le ore in sala erano motivo di festa e divertimento, cosa che credo si possa intuire ascoltando le canzoni. Si respirava un’atmosfera da piola visto che la birra scorreva a fiumi e in poco tempo l’aria all’interno della sala era praticamente irrespirabile a causa di effluvi mortali e soprattutto per l’odore della mia maglietta da sala che rimettevo sempre nello zaino, dimenticandola, e la tiravo fuori la volta seguente mezza ammuffita. 

Quale era la carica live della band all'epoca? Avevate adottato qualche tipo di strano stratagemma per colpire il pubblico che assisteva alle vostre esibizioni dal vivo? 

MN - Dal vivo eravamo una creatura strana e multiforme. Ognuno di noi viveva quel momento a modo suo, come è giusto che fosse. Ad esempio, Dany doveva riempirsi di Imodium perché la tensione gli pigliava lo stomaco, mentre Muttley mascherava il nervosismo diventando più prolisso del solito, una vera diarrea verbale. Sul palco ci piaceva non prenderci sul serio, divertendoci ad ischerzare le band che si atteggiavano. Muttley si apparecchiava col Kilt e la maschera di Jason Voorhees, mentre io suonavo con addosso una maschera da zombie di carnevale. Esatto, quelle di gommazza pesante e dopo 5 minuti grondavo bave e sudore perché mancava l’ossigeno. Qualcuno indossava una parrucca platinata coi boccoli stile Luigi XVI, ma l’imperativo era sempre e solo divertirsi e divertire. 

Come e quando è nata l’esigenza di riportare a galla il materiale, per lo più inedito, dei Curmisagios?

MN - Negli anni dei Curmisagios quasi tutti iniziammo a suonare anche in altre band. Questo era da un lato un bene perché portava ad aperture mentali e compositive ma dall’altro lato sottraeva tempo ed energia al gruppo, che inevitabilmente si fermò. Non ho mai dimenticato gli anni dei Curmisagios, ma nell’estate del 2025 sentii dentro che le canzoni che scrivemmo decenni prima meritavano una seconda occasione. 

Quanto tempo hai passato davanti al pc per ripulire e rendere giustizia ad un manipolo di brani che il tempo non ha minimamente scalfito?

MN – Sei mesi buoni. Una sera presi uno degli svariati HD portatili e ho recuperato tutte le vecchie prese dirette della band. Dopo aver selezionato le registrazioni più dignitose ho in primis isolato ogni strumento in uno steam unico e separato. Poi tolsi rumore di fondo, fruscio e schifo vario. Archè ho iniziato a lavorare sui suoni dei vari strumenti, per dargli una lucidata e renderli degni di poter essere ascoltati. Infine, ho riversato tutto su CuBase e ho assemblato canzone per canzone. Diciamo che la mia grande passione per la musica elettronica mi ha aiutato in questo percorso.  Ai giorni d’oggi con un PC prestante si riescono a fare cose che 20 anni fa eri obbligato a passare tramite studi di registrazione, spendendo anche dei soldi importanti, ma senza avere la certezza di ottenere il risultato che si ha in mente.

Qual è stata la difficoltà maggiore che hai dovuto affrontare in tutto questo periodo? E quali invece le soddisfazioni maggiori?

MN – Difficoltà non ce ne sono state, perché non ci sono stati vincoli di tempo. Avere tranquillità di fare le cose coi tuoi tempi è il massimo che si possa chiedere. Non avevo nemmeno l’ansia di dover fare chissà quale magia o miracolo, perché nella mia testa questo recupero era un lavoro fatto per noi della band, per buttare le canzoni in auto e ascoltarle. Non avevo minimamente preso in considerazione che avessero potuto essere pubblicate!

Che tipo di emozioni e quali i ricordi che ti hanno generato brani come “Stray”, “Fuck” o la stessa “Chainsaw Blues”? Secondo te c’è un brano che rappresenta al meglio lo spirito della band dell’epoca?

MN – Ricordi ed emozioni sono come un tramonto in riva al mare, quelle cose che fanno stare bene. Le canzoni racchiuse in questo piccolo lavoro riportano in mente fotogrammi e flash che compongono un mosaico dalle tinte calde. Ogni canzone si porta dietro qualcosa che merita di essere ricordato. “Stray” fu la prima, come spiegato in precedenza, e porta con sé le ferite degli anni Novanta. “Ride my Bike” è asfalto e cuore, un poema on the road scritto da Muttley e musicato da tutti. Io, lui e Tony CP siamo motociclisti da una vita, e non potevamo esimerci dallo scrivere qualcosa di legato a questo mondo. “Chainsaw Blues” è tutta farina del sacco di Dany, e parla di una persona che ha come migliore amica una motosega. Ci parla, e chiede di non essere giudicato quando taglia le persone a pezzi. Del resto, avevo detto che lui è il Charles Manson della combriccola. “Fight” fu una fulminazione: avevo sognato di suonare una canzone e quando mi svegliati corsi ad attaccare la chitarra all’ampli e buttai giù una bozza della musica, mentre il testo lo scrissi poco dopo. Peccato fossero le tre di mattina e dopo 3 minuti mio padre irruppe in camera mia bestemmiando come un marinaio posseduto. “Fuck” è un mio sfogo rivolto all’oceano infinito di gente che pare essere a questo mondo solo per rompere i coglioni, mentre la musica è stata composta da tutti. “Unknow Love” è il dialogo interiore del Muttley dell’epoca, un ragazzo dal cuore d’oro con tante domande in cerca di risposte, e anche quasi tutto lo scheletro musicale è opera sua. “Virus” è una sega mentale di Dany, e noi lo abbiamo seguito in questo oscuro viaggio strumentale. “We are Vikings” gioca su un doppio senso, ovvero scrivere una canzone sui vichinghi e allo stesso tempo un tributo ai “Vikings Torino”, il gruppo di motociclisti che avevamo all’epoca. 

La cover stravolta dei Judas Priest di “Living For The Beer”, sottolinea ancor di più il versante ludico della band, dico bene?

MN – Oltre ai pezzi citati in precedenza avevamo fatto anche due cover: una è “Orgasmatron” dei Motorhead, e l’altra “Living after Midnight” dei Judas Priest. Stavamo lavorando anche a “Medusa” degli Anthrax ma rimase impigliata nella rete dei casini della band. C’è un motivo perché il pezzo in questione divenne un qualcosa di diverso, ovvero i diritti d’autore sul testo. Questo poteva rappresentare una grana non da poco, perciò mi misi li e scrissi una canzone pensando semplicemente a noi componenti del gruppo. Quello che ne uscì lo potete leggere tutti! 

Com'è nato il rapporto che vi lega alla giovane ed intraprendete The Triad records?

MN – Ebbi il piacere di conoscere i ragazzi della Triad quando ero in Jolly Roger Radio e nella mia trasmissione “The Power Hour” passavo band emergenti del panorama tricolore e non solo. Fummo contattati da loro per sapere se fossimo intenzionati a promuovere e passare in radio alcuni gruppi del loro roster e fu un vero piacere intraprendere questa collaborazione con loro. Il tempo poi passò e il rapporto divenne più di amicizia, ci si sentiva anche senza avere nulla da proporre. 
Andrea poi è molto open minded e un giorno gli parlai anche della mia seconda passione, ovvero la musica elettronica in ogni sua sottoforma. Mi propose di farli sentire qualcosa e avevo appena completato un progetto personale di Space Music intitolato “Deep Into The Sun”. Ad Andrea piacque molto e mi propose di produrlo sotto la Triad Rec. 

Si, anche perché, proprio come accaduto tanti anni fa, oggigiorno è difficile trovare qualcuno che sia disposto a credere nel lavoro di una band underground come la vostra, dico bene?

MN – Il panorama musicale Underground in Italia è sempre stato di nicchia. Mi pare che all’estero ci sia più coraggio di osare, che ci sia più facilità di uscire. Ok, la situazione negli anni pare migliorata. Negli anni 80 c’erano tante band da garage, che da quello non sono mai uscite. Ora in Italia ci sono band mostruose che nel belpaese sono quasi ignorate, mentre all’estero vanno alla grande (Un nome a caso? Deadly Carnage). Vedo molte persone limitarsi agli hits delle band medio grandi, e questa poca sete di sentire nomi nuovi si paga. 

Che tipo di obbiettivo ti sei posto con l’uscita del disco omonimo della band? Speri che possa innescare la scintilla per un vostro ritorno in grande stile, oppure ti basterebbe una gioviale rimpatriata fra vecchi amici?

MN – Il mio target resta sempre quello di metterlo in macchina e ascoltarlo a tutto volume. Parlo per me, a 53 anni suonati mi sta bene così. Sono passati 18 anni e nel frattempo, almeno parlo per me, ci sono molti progetti alternativi in ballo. Come scrissi pocanzi ho sentito il bisogno quasi primordiale di non lasciare questi pezzi a morire in un cassetto ma renderli disponibili ed ascoltabili. Era una cosa che questa band meritava davvero. 

Si, anche perchè mi pare di capire che ufficialmente non vi siete mai sciolti, anche se le circostanze della vita vi hanno fatto intraprendere strade diverse.

MN – Certo! Curmisagios è in primis “a way of life”, non solo un gruppo musicale. E’ una parola che lega insieme degli amici che per amicizia hanno suonato insieme. Perciò Curmisagios non si scioglierà mai, perché è un qualcosa che va oltre. 

Per un periodo della tua vita sei stato che uno degli speaker di Jolly Roger radio, tanti contatti, tante band conosciute, anche se alla fine era diventato un secondo lavoro non remunerativo, dico bene?

MN – Yes! Una gran bella esperienza! Già a inizio anni Novanta con degli amici trasmettavamo tramite antenne pirata su frequenze CB con “Radio San Paolo Popolare”. Sono nato in Borgo San Paolo a Torino, e ci si divertiva a combinarne di ogni colore. Jolly Roger è stata per tre anni un qualcosa di veramente realizzato bene: sito web, blog, webradio con trasmissioni dedicate, tra le quali molte condotte da Dj. Io curavo l’intero palinsesto e il giovedì sera avevo 2 ore parlate chiamate “The Power Hour”, dove passavo dal metal al salire. Era la trasmissione più robusta della radio. Forse ai più vecchi come il sottoscritto il nome ricorda qualcosa: lo presi in prestito per onorare la trasmissione metal che andava in onda il pomeriggio su Super Six alla fine degli anni Ottanta. Tramite la radio ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare molte band nostrane, emergenti o già affermate. Il problema divenne il surplus di “lavoro” che si venne a creare. Lavoro apposta tra virgolette perché facevamo tutti per passione, senza percepire un euro… anzi, ci si dividevano i costi per mantenere in vita tutto il sistema, e vi assicuro che se lo si vuole fare bene, ovvero con le licenze SIAE e SCF, sono bei soldi. Dicevo, divenne quasi un lavoro perché era un continuo ricevere mail e telefonate da gruppi e management vari per accordare interviste, passaggi radio, recensioni. Arrivò il punto che appesi il microfono al chiodo e mi feci da parte perché era diventato impossibile gestire tutto, avendo anche una famiglia e un lavoro vero! 
In quel periodo vidi e compresi anche un paio di cosette non da poco. La prima è che la maggior parte delle Web Radio italiane sono “fuorilegge”, ma soprattutto che la gente non ascolta. Avessi avuto io la fortuna negli anni Ottanta di avere una radio che trasmetteva musica rock a 360 gradi sarei stato il ragazzino più felice del mondo. Invece la gente, pur facendo promozione, non si collegava, non si facevano i numeri sperati. Molti ormai sono assuefatti da Sporify e dai suoi algoritmi. Non c’è assolutamente la voglia di scoprire qualcosa di nuovo, qualche nome emergente. 

Secondo te quanto è difficile essere una band di heavy metal in Italia dove a farla da padrone sono sempre e comunque generi più commerciali del genere più anticonvenzionale per antonomasia?

MN – E’ un casino. Come ti dicevo prima non è solo una questione di generi più commerciali o meno. E’ che stiamo vivendo un periodo storico dove la gente non ha fame di musica. Playlist con i soliti 4 pezzi delle solite 4 band famose e via. E’ raro vedere la voglia di scoprire gruppi nuovi. La musica commerciale c’era anche negli anni Ottanta, negli anni novanta e via discorrendo. Solo che all’epoca il “metallaro” andava in cerca di musica, seppur spesso coi paraocchi. Ora non più. 

Adesso volevo porti un mio piccolo cruccio: personalmente credo che l’errore più grossolano commesso da molte giovani formazioni di casa nostra, sia quello di non conoscere affatto la scena musicale né della propria zona, né tanto più della propria nazione, non arrivando a capire che, il primo impulso positivo verso qualcosa di concreto, arriva soprattutto dai musicisti della porta accanto, qual è il tuo pensiero a riguardo?

MN – Seguo la scena nostrana dagli anni Ottanta. Ero un fan sfegatato dei Negazione, seguivo con interesse i Broken Glazz. Vidi i primi live dei Necromass, Mortuary Drape, Sadist. Insomma, l’elenco potrebbe diventare prolisso e noioso. Una volta c’era più culto di queste realtà nascoste, ora vedo che invece di coalizione c’è una insana competizione. E’ più facile sparlare del gruppo della porta accanto per risultare migliori piuttosto che ascoltare, capire, confrontarsi. Vedo molte band riferirsi più al panorama estero piuttosto che a quello tricolore e visto come siamo messi qui non è nemmeno un male. Negli ultimi anni vedo una scena musicale che in Italia fatica, ma allo stesso tempo ci sono gruppi italiani che fuori dal paese spaccano e viaggiano alla grande. 

Hai ancora tempo/voglia di seguire la scena heavy rock del vecchio continente? Hai acquistato qualche cd/vinile ultimamente? Se si, hai qualche band da consigliare?

MN – La voglia non passa mai, ma c’è una cosa che mi preme sottolineare. Io sono sempre stata una persona “tormentata” dalla musica, nel senso che a parte pochi generi che non riesco a digerire io ascolto veramente tanta musica di tutti i tipi e di ogni genere. Non riesco a fossilizzarmi su un tipo di sonorità, istintivamente devo svariare. Da bocia, negli anni Ottanta, passavo tranquillamente dalle compilation Mixage a Live after Death dei Maiden, dai Beatles ai Duran Duran per poi mettere su gli Slayer. Questa cosa pochissime persone la hanno capita, persone “tormentate” come me dalla continua voglia di nuove sonorità. Senza problemi o vergogna io andavo a farmi un week end in Veneto in qualche discoteca allucinante e in settimana andavo a vedermi il concerto degli In.Si.Dia sotto il palco. Perciò direi che seguo la scena musicale esattamente dove vuole andare il mio neurone. Tanto per dire ad ottobre è nata “Jupiter Space Station”, una nuova web radio fondata con due amici, dove trasmettiamo solo esclusivamente musica elettronica, synthwave, space music, dark wave e affini. Infine, certamente ho una band da consigliarvi: i “Les Longs Adieaux”. Sono un duo di Roma assolutamente fuori dal mondo. E’ da poco uscito “Arousal”, il loro ultimo album. Se siete curiosi andate a farci un play!

Ok Michele siamo veramente alla fine, ti lascio campo libero per le tue considerazioni finali...

MN – Ti ringrazio per lo spazio datomi e per la bella chiacchierata. Credo di essere già stato abbastanza prolisso nel rispondere alle varie domande, perciò mi limito a mandare un caloroso saluto a tutti coloro che si sono sobbarcati la lettura di questa intervista fino alla fine. E ringrazio te caro Beppe per l’occasione concessa. Ora tutti a stappare una bella birra ignorante di qualche discount e beviamo alla salute! 

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