Menace - Heavy Lethal

 




Capita a volte che, nell’esistenza di molte persone, le passioni rappresentino il vero sale della vita, quell’input in più che li spinge ad andare sempre e comunque avanti, e che, il più delle volte, li aiuta a superare anche le avversità più controverse e spigolose, chiamatela follia o fede cieca, ma in un mondo che oramai non ci offre più modelli a cui ispirarsi, le passioni rappresentano l’unico spiraglio di luce in una notte di tempesta.

Tutto questo preambolo solo per farvi capire quale sia realmente l’elemento che da sempre anima lo spirito dei Menace formazione  rodata della scena vicentina che, proprio in questi giorni hanno rilasciato il loro terzo fatidico sigillo ufficiale che arriva a sancire una rinascita artistica dopo un periodo di apparente stasi mediatica.
Una vita spesa per lo più a promulgare il verbo dell'heavy rock, in un paese come il nostro, dove a farla da padrone sono sempre e comunque altri generi della musica dura….. 
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana

Ciao ragazzi, dall'ultimo album in studio Heavy Lethal sono passati tanti anni. I Menace sono cresciuti, maturati a livello umano ed a livello artistico e si ripresentano ai nastri di partenza più sicuri e forse un pizzico più convinti di quattordici anni or sono. Come è cambiato il mondo discografico, ma non solo, attorno alla band in tutto questo tempo?

Dario: Ciao Beppe. Un piacere risentirti. È vero, sono passati 14 anni!!! Sono passati molti anni per cause umano/personali. Poco dopo l’uscita di Heavy Lethal, Rob ha dovuto allontanarsi per cause di forza maggiore non inerenti alla band. Ci fu un periodo di stasi nel quale la band continuò a provare e produrre, ma ovviamente le energie sono andate calando via via nel tempo… Quando la situazione si è stabilizzata e Rob si rese di nuovo disponibile, tutto è ripartito con un picco di energia e motivazione che ha portato alla nascita di Wheel of Spikes!
Dal punto di vista discografico è cambiato tutto e niente. Nello specifico, la label che curava Heavy Lethal, la MyGraveyard, non c’è più. Il mercato del CD è ulteriormente naufragato. Era al lumicino anche nel 2012 ma ora siamo proprio alla frutta. Oggigiorno i CD vengono venduti via mail dalle label o dalle band stesse e il circuito è veramente underground. C’è da dire che il pubblico che segue realtà musicali come i MenacE, i IV Sigillo o i Kryuhm sono old school come le band e si accaparrano sempre gli album in formato fisico. Però la diffusione del CD si limita alle copie vendute alle esibizioni dal vivo e poco più, quindi molto limitato. Ora prevalgono le piattaforme sulla rete, ma è ovvio che significa essere la proverbiale goccia nel mare, e per ottenere un po’di visibilità bisogna prodigarsi sui social ecc… Sono consapevole della situazione. Come band facciamo e faremo ciò che è nelle nostre possibilità, faremo fare alla label, la Metal on Metal, il suo lavoro, senza troppe aspettative.

ROB: Ciao Beppe, grazie per lo spazio!
I MenacE sono tornati dai tempi “Heavy Lethal” (ma soprattutto da quelli di “Quake Metal”) in un mondo musicale/discografico radicalmente cambiato.
Rispetto ai nostri esordi, infatti, là fuori è tutto più veloce, più immediato e fottutamente più saturo. Oggi puoi arrivare ovunque in un attimo, ma in mezzo a una quantità enorme di uscite e con tutto a portata di mano, è diventato ancora più facile perdersi nel rumore di fondo ed è molto più difficile lasciare davvero un segno.
Noi nel frattempo siamo cambiati nella mentalità e nel modo di scrivere: più consapevoli, più diretti e ancor meno interessati a inseguire qualcosa che non ci appartiene.
L’unica cosa che non è cambiata è il motivo per cui lo facciamo: una passione sfrenata e la necessità di dire, anzi gridare, la nostra in mezzo a tutto questo caos.

Rob, Wheel of Spikes è un titolo che si presta a molti significati, uno dei quali potrebbe essere riconducibile al suono “in your face” del vostro nuovo parto discografico, avvalorato da una produzione speculare che sottolinea, dove possibile, la propensione live della band, voi come la vedete?

ROB: Al di là del significato più profondo dei testi e quindi del titolo dell’album, Wheel of Spikes prende spunto da una frase della nostra terra d’origine, il Veneto, che una persona arrabbiata ti urlerebbe sicuramente in faccia: “Te do na rùa de s-ciafe!”, cioè una raffica di schiaffi.
Quell’espressione mi ha sempre trasmesso un’idea di energia martellante, che non si ferma e che ti travolge.
Da lì nasce “Wheel of Spikes”: un susseguirsi implacabile di brani (gli Spikes) che colpiscono uno dopo l’altro, senza lasciarti respiro, fino a schiantarti a terra.
Anche la produzione va nella stessa direzione: volevamo qualcosa di diretto, d’impatto, che restituisse il più possibile, anche su disco, l’intensità di ciò che suoniamo dal vivo.

Come ed in che maniera è nato il deal che vi lega all'intraprendente Metal on Metal records? Quanto è importante per una band come la vostra sapere che i ragazzi dell'etichetta sono prima di tutto degli appassionati e dei sostenitori in prima persona della scena underground?

ROB: Dario conosceva già Simone e Jowita, sia per la loro presenza costante ai festival, sia per la produzione del CD dei IV Sigillo, band in cui Dario milita.
Mi ricordo che aveva inviato loro le tracce quando l’album era ancora in fase di definizione e già da lì c’era stato un riscontro positivo, con un interesse concreto verso “Wheel of Spikes”.
Poi, in occasione di un festival in Veneto, li ho incontrati di persona ed ho portato una copia del CD con una grafica stampata in casa, giusto per dar loro anche un’idea visiva del progetto.
Sono tornato a casa con buone sensazioni e infatti poco dopo è arrivata la loro proposta ufficiale. Da lì abbiamo iniziato a lavorare insieme su tutti i dettagli e con il tempo ho capito che eravamo davvero sulla stessa lunghezza d’onda.
Per noi è fondamentale sapere che dietro un’etichetta ci siano prima di tutto persone appassionate, che credono davvero in quello che fanno. Simone e Jowita sono così: presenti, coinvolti, ma soprattutto leali e chiari nel modo di lavorare.
Non è una cosa scontata, anzi. E fa una differenza enorme, sia a livello professionale che umano.
Senza realtà come la loro, molti dischi underground, soprattutto in Italia, rischierebbero semplicemente di non esistere.

Dario: Io mi muovo parecchio e sono spesso in giro per l’Europa a vedere festival e concerti e conoscevo la Metal on Metal che, come dici tu, sono dei veri appassionati e sono onnipresenti. Quindi li conoscevo come espositori nei vari festival tedeschi. Ci siamo rivolti a loro con i IV Sigillo. Loro si sono entusiasmati per l’album e hanno accettato di lavorare con noi. Da lì è nato un ottimo rapporto sia personale che “lavorativo”. Una volta finita la prima lavorazione di “Wheel of Spikes”, mi sono incontrato con loro e, visto l’ottimo rapporto, ho pensato che data la collaborazione con i IV Sigillo, prima di proporre l’album a qualche altra label, di farlo ascoltare a loro. L’album è stato accolto e...eccoci qua!

Dario puoi raccontarci della gestazione a livello compositivo che ha portato alla realizzazione dei dieci brani che fanno parte del vostro come back in studio? E' stato un processo fluido, oppure qualche brano ha richiesto più cura per essere portato a termine? E se non è troppo, tutti i brani registrati sono finiti nella track list finale del disco?

Dario: Si tratta di un processo “continuativo”. Non mi sono mai fermato nel comporre canzoni. Le 10 canzoni su “Wheel of Spikes” non sono nate allo specifico scopo di comporre questo album. Sono canzoni nate nel tempo, alcune molto tempo fa, alcune recenti. Come è sempre stato nei MenacE io compongo le canzoni e le propongo alla band quando sono in avanzatissimo stato. Ho la fortuna di avere una band composta da bravissimi musicisti, quindi posso contare sul loro prezioso apporto che colora ulteriormente, impreziosisce e in generale alza notevolmente il livello di quella che era la mia idea. Proprio per questi motivi la lavorazione si dilunga parecchio. Ovviamente io compongo i riffs e la struttura generale della canzone: dove si canterà e dove ci saranno assoli. Lascio la sezione ritmica abbastanza scarna perché poi Luca (Capalbo, basso) e Paolo (Veronese, batteria), essendo musicisti preparatissimi ed estremamente colti elaboreranno la mia idea iniziale in modi che io non potrei pensare. Le parti di batteria su Wheel of Spikes sono incredibilmente raffinate e il basso da voce e musica a quei colpi. Il risultato lo potete ascoltare.
Alessandro (Fioraso, chitarra) impreziosisce le canzoni con armonie e assoli fulminanti che stilisticamente e tecnicamente sono molto diversi dai miei. Poi arriva Rob che deve sgomitare per riuscire a mettere la sua voce sopra ad un tappeto di riffs spesso complessi e poco accomodanti,  riuscendo sempre a trovare le parti perfette, ma non senza un notevole sforzo. È molto più semplice cantare su accordi o facili sequenze di accordi. Ma lui ormai lo sa, non avrà mai vita facile sotto questo aspetto perché io evito accuratamente la faciloneria o la scontatezza.
Quindi, una canzone dei MenacE è sempre una lunga gestazione, perché si parte da un’idea/struttura quasi definitiva, ma ogni strumento verrà elaborato e perfezionato minuziosamente fino a che tutti saremo soddisfatti.
Mi chiedi se tutti i brani registrati sono finiti nella track list finale del disco? Sì. Quelli registrati sì. Ma sono quelli che sono stati selezionati per questo album. Ne ho ancora parecchie in saccoccia sia complete che parziali, nonché tonnellate di riffs. 
Come sai, con i MenacE non voglio sperimentare nel senso letterale del termine. Da questa band otterrete sempre album di Heavy Metal. Perchè io comporrò canzoni in modo che rientrino in questa definizione. Se vorrò fare altro, lo farò sotto un altro nome, come faccio coi IV Sigillo o coi Kryuhm (anche se con loro non ho ancora composto nulla) o come ho fatto coi VII Vitium. Quindi sarà sempre Heavy Metal, ma non sarà MAI facile o scontato, ma sempre vero, potente e ricercato.

Sono stati scritti tutti per l'occasione, oppure qualche idea arriva da composizioni che erano state accantonati in passato?

Dario: Come ho detto prima: no. Sono composizioni che si stagliano nel tempo. Alcune erano ancora incomplete e sono state finite. Alcune sono state risparmiate all’uscita dei precedenti album. Anche in quest’ultimo album ci sono canzoni che appartengono a tutta la storia dei MenacE. Ci sono canzoni come “Backhander” che in realtà suonavamo in gran parte già ai tempi di Quake Metal (2002), mentre altre come “Per Aspera ad Inferi” sono molto più recenti. Nessuna buona canzone viene mai accantonata. Ai tempi di Quake Metal io ero appassionatissimo di Venom, Exciter o i primi Helloween (Jericho) quindi all’epoca sono state selezionate prevalentemente canzoni veloci. Su Heavy Lethal la scelta è stata più eterogenea perché ovviamente avevamo più scelta (nel frattempo erano state composte molte altre canzoni), ma molte canzoni di quell’album risalgono al primo periodo della band. Arrivati a Spikes si sono accumulate molte altre canzoni fra cui scegliere e per ovvi motivi, non possiamo fare un album di 20 canzoni. Quindi un prossimo album dei MenacE potrà nascere sicuramente hahaha.

Senti Rob, Wheel of Spikes, oltre a segnare un'ulteriore evoluzione a livello compositivo, sposta le vostre coordinate stilistiche su sonorità sempre più vicine come concezione ad un heavy metal old school, come te lo spieghi?


ROB: È una cosa naturale, è il nostro DNA. Siamo cresciuti con band come Judas Priest, Mercyful Fate e seguito tutta la NWOBHM, quindi quel linguaggio ce lo portiamo dietro da sempre e ci sentiamo perfettamente a nostro agio in quelle sonorità.
Piaccia o meno, “Wheel of Spikes” è uscito così perché noi siamo così: autentici e senza compromessi. In realtà siamo sempre stati piuttosto selettivi e poco interessati a dimostrare qualcosa che non fosse quello che sentivamo di essere. Per cui se suona old school, è perché quello è ancora il modo più vero che abbiamo per esprimerci.

Quindi è logico che ti chieda, quanto è stato difficile far convogliare in un'unica direzione i gusti, le passioni musicali di cinque persone all'apparenza così diverse fra loro? Siete mai dovuti scendere a compromessi?

ROB: MenacE non è solo una band di cinque elementi, è un concetto che esiste a prescindere da chi ne fa parte. La “minaccia” nasce da un’identità ben precisa e ogni membro della band condivide esattamente questo approccio.
L’alchimia sta lì: costruire qualcosa di definito, partendo da una visione comune che nel tempo è diventata anche un legame di amicizia molto forte. 
Ovviamente, le radici di ognuno, in questo caso, sono l'arma perfetta per "dipingere" con i propri colori i vari brani, creando quell'amalgama che, spero, si percepisca all’ascolto.
Sappiamo bene che è un equilibrio delicato che può rompersi facilmente, ma preferiamo restare quiescenti anche per anni, piuttosto che esistere senza essere esattamente ciò che vogliamo essere.

Dario, oltre a quello prettamente musicale, da sempre l'operato della band è caratterizzato da un versante iconografico molto accentuato, da cosa nasce "quest'esigenza"?

Dario: Beppe, io adoro l’Heavy Metal, adoro l’immaginario che lo accompagna, adoro l’iconografia e tutto ciò che negli anni lo ha rappresentato. I Judas Priest sono il mio gruppo preferito e quello che stimo di più. Loro hanno codificato quel sound e quel look e io li abbraccio. Adoro i Black Sabbath, i Venom e i Merciful Fate, quindi la componente “Evil” è per me immancabile. Adoro l’orrore cinematografico e l’orrore non manca mai nelle canzoni dei MenacE. Il nome stesso della band deriva da un videogioco per Commodore Amiga del 1988. Tutto ciò che mi interessa e amo finisce in qualche modo nelle mie canzoni. Le mie intenzioni per questa band è fare musica forte, complessa ed aggressiva, esprimere forza e...Metal!
Quindi, copertine con proiettili, palle da demolizione o implacabili e devastanti ruote borchiate, canzoni su assassini o personaggi cinematografici, mostri ecc. esprimono e rappresentano perfettamente ciò che si troverà all’interno del disco.
Insomma, molte delle mie passioni hanno un riflesso poi sulla mia band. Penso che sia più che naturale ed è per questo che ci tengo tanto e voglio fare il meglio che posso. Ne traggo tanta energia positiva.

Nonostante i continui paragoni illustri che da sempre vi hanno accompagnato, ascoltando dietro ai solchi della vostra nuova uscita discografica, mi è parso di intravedere molto più carattere di quanto non possa sembrare ad un primo semplice acchito. Credi che nel 2026 si possa ancora essere personali, pur mantenendo un certo legame con le proprie radici formative?

Dario: I paragoni sono inevitabili e sono funzionali, nelle recensioni, per dare un’idea ai lettori di che cosa il redattore stia parlando. Purtroppo, non sono sempre stato d’accordo con le recensioni, pur se sempre positive e a volte esaltanti. Spesso le ho trovate superficiali, ma d’altronde, immagino il nostro CD nel mezzo di una pila di altri 200 album...e va beh.
Di solito ci assimilano ai Judas Priest. Temo che sia per il timbro vocale di Rob, ma è proprio da qui che a volte reputo un po’superficiali i paragoni. Molti non si accorgono che la musica dei MenacE potrebbe essere molto più ascrivibile ai Mercyful Fate che ai Judas Priest. Nella produzione MenacE non ci sono canzoni “radiofoniche” e sono tutte MOLTO più aggressive della media dei Judas Priest. Se poi prendiamo come termine di paragone il solo Painkiller per riferirsi ai Judas Priest, beh, allora sono superficiali anche su di loro. I Priest hanno una carriera sensazionale e hanno attraversato sperimentazioni, generi ed epoche. Le canzoni dei MenacE sono piuttosto complesse e poco melodiche, tendono a non lasciarti respirare per quanto serrate. Non ci sono le stra-abusate sequenze di accordi (il tipico DO-RE-MI) dove cantare un facile ritornello melodico. Raramente una canzone è completamente nei canonici 4/4. Difficilmente potrai dire che una canzone assomiglia ad un’altra. Lo so bene, posso dirlo con sicurezza, perché sto attentissimo a queste cose.
Poi stiamo parlando di cliché che definiscono il genere stesso. Puoi citarmi band Heavy Metal che non derivino in qualche modo dai Judas Priest e Black Sabbath? Ovviamente no! Nessuno può! Se così fosse, semplicemente non staresti parlando di questo genere.

ROB: Come in tante cose, credo che anche questo concetto vada un po’ riletto nel metal, riportandolo al contesto di oggi.
A noi piace creare e suonare questo tipo di musica, quindi se per “personalità” intendiamo originalità, allora a meno di iniziare a suonare con i flauti al posto delle chitarre, usare scale microtonali, cantare in klingon e scrivere testi sui Puffi, direi che sia impossibile essere davvero originali su queste basi :D
Se invece parliamo di evoluzione, allora il discorso cambia. Un’evoluzione che parte da noi, dalle nostre esperienze e che si riflette in modo naturale in quello che scriviamo e in come suoniamo.
Dal primo EP “Quake Metal”, passando per “Heavy Lethal”, fino a “Wheel of Spikes”, è passato più di un quarto di secolo. E questo tempo si sente: nelle prime canzoni c’era l’urgenza di affermare chi eravamo, oggi c’è una consapevolezza diversa, più lucida, più definita.
Essere personali, nel 2026, significa, per me, avere il coraggio di essere sé stessi fino in fondo, senza preoccuparsi del giudizio di chi guarda da fuori senza sapere davvero chi sei.

Molte band, soprattutto della nuova onda, si affidano sempre più ad agenzie promozionali, solo per apparire più professionali, arrivando a pagare cifre assurde ogni mese, senza riuscire a cavare il classico ragno dal buco, tu come la vedi?

Dario: È vero. Lo vedo accadere. Purtroppo, non riesco a prendere una posizione netta sull’argomento. Innanzitutto, perché non ci sono dentro. 
Come ho detto prima, di questi tempi è davvero difficile promuoversi e tentare di emergere, quindi non mi sorprende che alcuni ci investano anche cifre importanti.
Il punto è che, come hai detto tu, praticamente tutti non riescono a cavare un ragno dal buco. Probabilmente il bacino d’utenza è troppo limitato o non ci sono possibilità reali di avere un successo di mercato tale da essere dei veri professionisti. Temo che non siano più i tempi per queste cose. Con le mie band faccio tutto quello che posso. Tutto quello che è nelle mie possiblità. Non disdegno a priori di investire in qualcosa se ce ne fosse la possibilità. Certo è che sarebbe da stupidi farsi illusioni e sperperare inutilmente cifre esose per esibirsi dove? Sono pochissimi i locali attrezzati per esibizioni live. Quasi tutti sono o troppo piccoli e non attrezzati o troppo grandi, dove si ospitano band internazionali.

ROB: Dipende da cosa stai cercando. Se l’obiettivo è la mera visibilità, quella vuota e priva di sostanza che oggi va per la maggiore, allora sì, credo che siano soldi buttati… o meglio, è l’arte stessa che rischia di essere svuotata e messa da parte.
Se invece c’è un progetto solido, con un’identità chiara e qualcosa di reale da comunicare, allora può anche avere senso usarle come strumento.
Ma il punto resta sempre quello: la musica deve reggersi in piedi da sola, puoi spingerla quanto vuoi, ma se dietro non c’è sostanza, prima o poi finisci per scomparire.
Noi, in ogni caso, non condividiamo questo approccio a prescindere.
Abbiamo sempre preferito costruire un rapporto diretto, magari più lento, ma autentico, cercando di andare avanti contando il più possibile sulle nostre forze.

Rob personalmente mi reputo un maniaco della scena underground, un promotore del CD trading. Però anche in questo caso ho notato che molte band preferiscono far marcire il loro album in un antro ammuffito di qualche soffitta umida, piuttosto che farlo girare fra appassionati del genere, triste ma vero…

ROB: Le motivazioni possono essere diverse.
La prima, banalmente, è che a volte le band si fermano proprio quando il disco è pronto. Succedono casini interni, ci si scioglie e ti ritrovi in una specie di limbo: tra lo shock e il “fanculo, mollo tutto”. A quel punto rimandi, rimandi… e il disco finisce in soffitta.
Poi c’è il classico “aspettiamo il momento giusto”, che sulla carta ha senso, ma nella realtà spesso quel momento non arriva mai. E quando passa il treno...
La terza se vuoi è più estrema, ma se mai dovessi realizzare che l'album appena inciso non fosse all'altezza di ciò che mi aspettavo, farei di tutto per portarlo in discarica e ripartire da zero :D Scherzo dai! (O forse no?).
In generale, comunque, resto dell’idea che un disco debba girare, anche con qualche difetto, perché è l’unico modo per farlo vivere davvero.

Arrivati ad una certa età si suona più per passione che per altro. Un hobby abbastanza dispendioso se si pensa ai costi di produzione ed ai sacrifici profusi. Mi piacerebbe sapere se, come si dice in questi casi, il gioco valga la candela e non parlo di ritorni economici ma dell’ essere pienamente soddisfatti e del pensare che ne sia valsa veramente la pena…

Dario: No, non ne vale assolutamente la pena in termini economici. Ma io suono, mi piace suonare ed è quello che voglio fare. Più che posso! A livello economico è un completo disastro a fronte di tanto tempo impegnato e spese di ogni genere. Ma noi spendiamo abitualmente, quotidianamente per quello che ci piace e che amiamo. Se amassi pescare spenderei in canne da pesca, esche, noleggi di barche ecc.
Quando mi esibisco con la mia band, so che c’è gente che impegna il suo tempo, si fa chilometri in macchina, paga l’ingresso, ci presta attenzione, ci fanno un sacco di complimenti, acquistano i nostri album e magliette...non è facile spiegare la gioia, la soddisfazione e l’energia che ricevo in quei momenti. E sì, mi ripaga di tutto. Non c’è una sostenibilità economica? Beh, vaffanculo!

ROB: Ti rispondo con una frase sola: il giorno in cui è uscito l’album, mi è scesa una lacrima.
Credo che quella sensazione valga più di qualsiasi spiegazione, no? ;)

Pensi che questa sia la volta buona che la band possa finalmente togliersi qualche piccola/grande soddisfazione in campo musicale?

Dario: No, non credo. Se accadesse ne sarei felice ed orgoglioso, naturalmente. 
Sono convinto che questo sia l’album migliore dei MenacE sotto ogni aspetto. La produzione è assolutamente perfetta e vera, ci potete sentire noi che suoniamo e non batterie finte e riff copia/incollati. Credo sia un album maturo, ben suonato e con un suo carattere, senza espliciti richiami ad altre band. Ovvio, lo dico io che l’ho composto quindi vale quel che vale, ma so quel che dico.
Non ho aspettative di nessun tipo, se non una grande soddisfazione per aver portato avanti l’avventura MenacE con serietà e vero impegno per fare buona musica. Tutto ciò che ne scaturirà sarà comunque una grande soddisfazione.

ROB: Le soddisfazioni ce le stiamo già togliendo così. Il disco è uscito esattamente come volevamo, senza compromessi esterni e questa, per me, è già una vittoria. Poi se arriverà altro, tanto meglio, ma non è più quello il metro con cui misuriamo tutto.

Dario perchè secondo te molti dei locali dediti ad un certo tipo di musica chiudono nell'indifferenza generale, con il grosso del pubblico che si muove solo per i concerti di nomi, apparentemente, importanti? Non ti sembra un paradosso sentire musicisti che si lamentano dei pochi affluenti ai loro concerti, e poi notare che, sono i primi che se ne stanno a fare i coglioni in giro quando il pubblico sono loro?

Dario: Eh non ci si può fare niente. I locali chiudono perché la gente non ci va. Se la gente non ci va, significa che non gliene frega un cazzo...brutale ma semplice! È sempre stato così, ma col passare del tempo la situazione si è aggravata. La tecnologia odierna ha ulteriormente impigrito gli avventori, tant’è vero che in ogni locale, festival che vado, conosco gran parte dei partecipanti.
Io amo il Rock e l’Heavy Metal e adoro andare a vedere i gruppi che suonano. Vale per i miei eroi e vale anche per le band underground. Quindi i veri fans del genere, i veri sostenitori, sono sempre gli stessi...ma vanno diminuendo. Non mi riferisco ad un “dovere di sostenere la scena”, ma proprio di fans e appassionati. Purtroppo, la vera musica suonata sta diventando una sorta di culto. Di per sé non sarebbe una cosa negativa, ma ovviamente un locale non può sopravvivere se si presentano 50 persone. Se i locali non riescono a sopravvivere, le band non suoneranno e via dicendo…
Per le mega band il discorso è diverso ma non meno triste a mio parere. È vero, ci sono decine di migliaia di presenti. Ma siamo onesti, solo il 20% sono veri fans, quasi la totalità dei rimanenti conoscono i video e la manciata di hit...ma vedono uno o due concerti l’anno e quindi sono disposti a spendere cifre inaccettabili.

Anni addietro qui a Torino avevamo un paio di negozi di dischi nei quali molti ragazzi dell'epoca si ritrovavano a sbavare sulle copertine dei dischi da acquistare con le paghette settimanali e ad organizzare le trasferte per i concerti futuri. Oggi tutto questo credo che sia mestamente cambiato con l'avvento della rete estesa, i negozi sono morti, i dischi non si vendono e nessuno va più ai concerti. A Vicenza invece?

Dario: È così in tutto il pianeta e anche peggio. Anche a Vicenza i negozi sono scomparsi. Tutto sommato però, a Vicenza (e dintorni) non ci si può lamentare più di tanto. Quando vengono band di amici da fuori regione mi dicono che la situazione sia molto peggiore. Qui in Veneto (Vicenza, Verona…) ci sono molte band valide e qualitativamente meritevoli. Gli spazi ci sono, anche se pochi, e si riesce a suonare.

Ok ragazzi siamo veramente alla fine, per cui…

ROB: Grazie mille Beppe!
Speriamo di vederci in qualche nostro live per un’ottima birra in compagnia! \m/

Dario: Beppe, mi fa tantissimo piacere che apprezzi il nostro “Wheel of Spikes” e che ci dai questo prezioso spazio. Ti ringrazio di cuore a nome della band tutta. Sai che ammiro il tuo lavoro per la dedizione che ci metti da parecchi anni e mi onora comparire nelle tue pagine.
Arrivederci a presto e auspicabilmente con un nuovo album dei MenacE che non tarderà come i precedenti hahaha! Un caro saluto a te e a tutti i tuoi lettori. CIAO!!!


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