OK, sono di parte. Conosco gli Elegacy da sempre, dai tempi delle demo pubblicate agli inizi del nuovo millennio, anche se, di quella line up ufficiale, sono rimasti solo in due, ovvero il chitarrista Massimo La Russa ed il tastierista Costantin Terzago, ovvero l'anima artistica del combo nostrano, i quali, nonostante le difficoltà oggettive, hanno sempre elargito una spiccata professionalità ed un amore viscerale verso la musica concepita e suonata che, non sempre, hanno collimato con il riconoscimento su vasta scala, quello stesso che si doveva concretizzare con il precedente album "The Binding Sequence", disco che, secondo il parare di chi scrive, rappresenta ancora oggi una delle migliori release italiane degli ultimi anni.
Difficoltà oggettive a parte, il nuovo "Theory of Sin", ci presenta ancora una volta una formazione nel pieno delle proprie qualità artistico/attitudinali, che riesce mettere ancora una volta in mostra una perseveranza ed una tenacia sopraffina che l'hanno condotta nella realizzazione di un ennesimo parto discografico che, ne siamo sicuri, non potrà passare di certo inosservato, e questo grazie soprattutto ad un versante compositivo sicuramente più articolato ma al contempo versatile che, partendo da elementi vicini ad un heavy rock di estrazione sinfonica, si permea di contaminazioni e diramazioni di natura tipicamente heavy/prog, che danno luogo ad un suono elegante ed elitario.
Nelle parole dei due mastermind la genesi che li ha condotti al terzo fatidico step discografico….
Intervista raccolta da : Beppe "HM" Diana
Ciao ragazzi e grazie mille del tempo che ci state volendo dedicare, come prima cosa vorrei chiedervi qual’è lo spirito che aleggia all'interno della band oggi alla vigilia di una nuova avventura discografica chiamata "Theory of sin".
Ci sentiamo molto soddisfatti per aver portato a termine questo lavoro dopo un’inevitabile lunghissima gestazione, ma soprattutto ci sentiamo di nuovo liberi di poter pensare a cose nuove!
Constantin, facendo un piccolo passo indietro a livello cronologico, il precedente "The Binding Sequence" uscito ricordiamolo ben undici anni fa, era un platter che aveva letteralmente alzato il livello qualitativo delle proposta musicale degli Elegacy facendovi toccare picchi compositivi davvero sorprendenti, infatti molti, sottoscritto compreso, si sarebbero aspettati una sorta di definitiva consacrazione, almeno a livello puramente underground, della band, invece che cos'è successo?
Quel disco era stato un lavoro veramente di alta qualità, avendo avuto come componenti della band, seppur temporanei, nomi importanti come Mike Le Pond dei Symphony X e Mark Zonder dei Fates Warning. Non era affatto un’operazione commerciale (Mike lo conobbi per puro caso fuori dalla sala concerto a Francoforte durante il loro tour), ma certamente avrebbe potuto fare da traino e darci un po’ di visibilità internazionale. Qualcosa purtroppo non ha funzionato nella promozione e complice anche la nostra assenza dai live, un disco dal grande potenziale è così scivolato via un po’ nel limbo. La delusione è stata tanta, poi il mercato discografico stava cambiando radicalmente e alla fine abbiamo perso un po’ di motivazione.
Infatti non ti nego che, nonostante io lo abbia cercato per mesi e mesi invano, sono riuscito ad acquistarne una copia con molta difficoltà, solo colpa di una promozione poco capillare di una label poca avvezza a sonorità heavy rock?
Certamente, ma paghiamo anche lo scotto dell’essere una band che ha smetto di suonare dal vivo ormai tanti anni fa. Dopo l’uscita di The Binding Sequence, abbiamo investito molto tempo per preparare un live show, ma un paio di defezioni importanti nella line up sommati alla già molto complessa logistica ci hanno purtroppo fatto desistere. A questo aggiungi che non siamo molto “social”, io stesso se devo pubblicare un reel su instagram vado in panico…
A livello puramente compositivo credo che sia stato abbastanza arduo per voi tre dovervi confrontare con un lavoro che, oserei dire rasentava, o quasi, la perfezione...
A dire il vero non ci siamo mai posti il problema. Quello è ciò che sappiamo fare ed il processo compositivo ormai è ben rodato. Avevamo accumulato veramente tanto materiale e ad un certo punto è stato naturale cominciare a lavorare su un nuovo disco. Se potessi però vorrei recuperare la freschezza che aveva Impressions, che ha ormai più di 20 anni. L’ho riascoltato recentemente dopo tanto tempo e ancora mi sorprende, contando anche che è stato registrato come si faceva una volta, chiudendosi in uno studio per due settimane e uscendone con ciò che di meglio si era riusciti a fare.
Ti confesso che The Binding Sequence è un disco che personalmente adoro, per il quale è stato fatto un lavoro maniacale che oggi difficilmente riusciremmo a replicare. Sono estremamente affezionato ad alcuni pezzi, sia per il trasporto con cui sono stati scritti sia perché mi ci riconosco musicalmente fino in fondo. The Dark Tower, con il trasporto per l’opera magna di Stephen King che mi ha catapultato per anni in una dimensione parallela, The Faulty Miracle of Life con le sue atmosfere particolari, sono pezzi a cui resterò sempre legatissimo. Forse, con un po’ di superbia, mi rammarico del fatto che con quel disco potessimo ottenere qualcosa di più.
Massimo, quali sono state le difficoltà oggettive che avete dovuto affrontare durante le fasi di registrazione del nuovo album arrivato? A livello puramente di songwriting la stesura dei nuovi brani è stata più fluida che in passato?
In realtà non ci sono state difficoltà particolari o differenti rispetto alla scrittura di The Binding Sequence. Fortunatamente il meccanismo è abbondantemente rodato e scrivere pezzi a quattro mani, seppure senza mai lavorare assieme, è qualcosa che ob torto collo abbiamo imparato a fare. Uno scrive, l’altro stravolge, si litiga adeguatamente e poi tutti i pezzi si incastrano: easy!
A parte gli scherzi i pezzi un po’ più complessi hanno richiesto più revisioni per prendere la loro forma definitiva ma, tutto sommato, ormai abbiamo trovato un ottimo equilibrio compositivo e di workflow.
Come ed in che modo siete riusciti a far collimare i vostri impegni lavorativi, e soprattutto familiari, con le registrazioni del nuovo disco? C'è stato un momento durante la fase di registrazione in cui avete superato il vostro limite di sopportazione globale?
Semplicemente mettendoci oltre 10 anni!
Nessun limite di sopportazione, tutt’altro. La musica è sempre stata la nostra valvola di sfogo anche nei momenti difficili. Il plus del nostro gruppo è che nessuno viaggia a ritmi diversi dagli altri, pertanto ognuno di noi ha sempre avuto rispetto dei tempi degli altri.
E' anche per questo che hai deciso di registrare tu stesso e parti di basso del disco?
L’ho fatto un po’ per necessità e un po’ per sfida. Sicuramente non nasco bassista e ho avuto parecchie difficoltà a scrivere delle parti credibili che non sembrassero troppo “chitarristiche”. Talvolta anche con qualche aiuto (e qualche bacchettata sulle dita) da parte del SE Giampiero Ulacco.
Al termine del disco posso dirmi soddisfatto, tanto dalla realizzazione quanto dalla ricerca del suono, che ha richiesto anch’essa parecchio lavoro. Sicuramente il basso non spicca in questo disco ma non era assolutamente il mio proposito, l’obiettivo era quello di dare solidità ritmica e armonica ai pezzi.
Chissà se sono riuscito appieno nel mio intento… ai posteri l’ardua sentenza!
I nove brani che trovano posto nella track list finale sono frutto di un'unica mente e poi ognuno di voi si è prodigato a fornire il suo valido apporto adattando le sue parti al proprio inconfondibile stile?
La scrittura è sempre stata ben bilanciata, alcuni brani sono stati scritti da me e completati da Constantin, altri viceversa. Tutti hanno comunque visto il lavoro attivo da parte di entrambi. E per le linee vocali Ivan ha sempre avuto carta bianca incondizionata. Sicuramente alcuni brani hanno visto una scrittura preponderante da parte di un membro della band ma, nella nostra coesione e condivisione di intenti, abbiamo sempre scelto di depositare tutti i pezzi a nome Elegacy.
Constantin, potenza, melodia ed ottimi fraseggi strumentali, "Theogenesis" mette in chiaro cosa dobbiamo aspettarci dai nuovi Elegacy, una vostra proposta musicale che vive sulla perfetta antitesi di questi elementi, anche se il termine che vi si addice maggiormente credo sia groove, anche se molti hanno paura di questo aggettivo...
L’innesto di Federico Paulovich alla batteria ha portato il tutto su un altro livello. Lui è veramente un musicista fenomenale e di rara professionalità ed ha sicuramente dato quel “tiro” e modernità alla sezione ritmica che cercavamo. Il genere ha deviato pesantemente negli ultimi anni sul metalcore e sul djent, che sono certamente un’influenza ma non fanno parte del nostro bagaglio stilistico e tecnico e tendiamo a rimanere abbastanza fedeli al nostro sound.
Non avevate timore che un album basato su composizioni alquanto articolate come le vostre, potesse risultare “ostico” ad un pubblico abituato a fagocitare musica “mordi e fuggi”?
In realtà non abbiamo mai amato molto la prolissità e ToS ne è certamente la dimostrazione. Come si dice, “less is more”, e in effetti non cerchiamo di forzare il songwriting oltre lo stretto necessario, anzi a volte potremmo sviluppare maggiormente idee che magari sono solo accennate. Credo invece che la questione da porci sia se abbia ancora senso ancora pubblicare gli album. Il pubblico può essere anche disposto ad ascoltare brani complicati, ma con l’avvento delle playlist lo è sempre meno ad ascoltare un disco per intero ed avere pazienza nel cogliere tutte le sue sfumature, chiaroscuri, alti e bassi.
Per quanto mi riguarda non ho mai composto canzoni pensando a matchare il gusto del pubblico. La fortuna di non dover mangiare con la musica mi ha permesso di non essere schiavo dell’approvazione forzata, risultando in un songwriting spontaneo al 100%. Questi sono gli Elegacy, concentrati a scrivere quello che sentono ed a proporre quello che sono, senza necessariamente strizzare l’occhio a mode o contingenze.
Analizzando alcuni elementi come il titolo scelto per l'album, la spirale rappresentata nel lavoro dell'artwork e brani come appunto la già citata "Theogenesis", sembra quasi di avere a che fare con una sorta di concept album, come se tutti questi elementi fossero legati da un unico filo conduttore legato alla spiritualità ed al misticismo, è veramente così?
Non è certamente un concept, però abbiamo toccato molti temi complessi, dagli abissi interiori (Wash Away the Blood), alla transizione uomo-macchina (Theogenesis), alla religione come forma di controllo (Theory of Sin), etc. etc. Un testo invece come “The Crazy King”, scritto in tempi non sospetti si è rivelato invece di grande attualità!
Visto che siamo in argomento, puoi farci una disamina dei testi?
Il filo conduttore del disco è la simbologia che si ritrova in tutti i pezzi, potendo apprezzare ogni testo su diversi piani di lettura.
The Eye of Horus riprende l’omonimo mito egizio, basato sul dualismo fra Horus e Seth, rappresentazioni di una simbologia che si è silenziosamente trasmessa nei secoli.
Dall’Occhio del Mondo della tradizione buddista all’Occhio della Provvidenza, prima archetipo cristiano e poi indelebilmente associato all’ordine degli Illuminati, sino ai più moderni riferimenti alla cultura massonica, l’occhio come simbolo ha attraversato trasversalmente tutte la culture sino ai giorni nostri.
Angel si collega al precedente dualismo come la luce che interviene nel buio più profondo, l’ancora di salvezza che tende la mano nel baratro della disperazione.
In The Reckoning la luce salvifica, calda ed accogliente, si trasforma nei freddi occhi inquisitori che giudicano la nostra anima alla fine dei tempi. La precedente fuga verso la luce diviene quindi qualcosa a cui nessuno può sfuggire.
E il tema del percorso compare anche in The Loop Within, divenendo circolare senza via d’uscita. Questa volta la luce non salva e non condanna, abbandonando il protagonista ad un ciclo perpetuo senza uscita.
Nessuna via di fuga neppure in Wash Away the Blood mentre la luce ritorna nuovamente nel domani descritto in Until Tomorrow Comes, offrendo un alito di speranza nel futuro.
Massimo il nuovo album esce per la romana elevate records, un'etichetta che sta vivendo una seconda fase della sua vita discografica, mi pare capire che il lavoro che sta svolgendo l’entourage della label nostrana è volto soprattutto a valorizzare al meglio il vostro duro lavoro, potete ritenervi soddisfatti del loro operato fino a questo momento?
Assolutamente si. Non abbiamo davvero nulla di eccepire, ci hanno lasciati liberi di esprimere la nostra musica con modi e tempi voluti. Stanno proponendo e sponsorizzando il disco al meglio e hanno capito alla perfezione il nostro limite come studio project. Non penso potremmo chiedere di meglio.
Pensi che gli Elegacy odierni avrebbero potuto puntare ad un deal più ambizioso?
Come già detto siamo assolutamente soddisfatti del traguardo raggiunto. Non suoniamo dal vivo e non abbiamo alcuna reale prospettiva di farlo in tempi brevi. Con tutta l’onestà di cui dispongo ti dico che in un mondo di musicisti super tecnici che fanno della musica il proprio lavoro quotidiano, che suonano in giro per il mondo e danno seguito costante su social e piattaforme digitali un project studio come il nostro, coi nostri tempi e i nostri limiti “strutturali”, è già tanto che abbia avuto questa considerazione da una grande etichetta come Elevate, alla quale saremo sempre grati per questa opportunità.
Arrivati ad una certa età si suona più per passione che per altro, un hobby abbastanza dispendioso se si pensa ai costi di produzione ed ai sacrifici profusi, mi piacerebbe sapere se, come si dice in questi casi, il gioco vale la candela, e non parlo di ritorni economici ma dell’essere pienamente soddisfatti e del pensare che ne sia valsa veramente la pena....
Mi è capitato spesso di farmi questa domanda, nei miei sogni di ragazzino mi vedevo sui più grandi palchi del mondo a suonare davanti a migliaia di persone. Oggi, vicino ai 50, mi rendo conto che non sarebbe mai stato possibile realizzare il sogno di quel ragazzino. Sia Costa sia io abbiamo scelto percorsi di vita incompatibili con il professionismo nel campo musicale. Un conto è scrivere a tavolino un disco nell’arco di 10 anni e un conto è passare ore ogni giorno sullo strumento per raggiungere un livello di perfezione richiesto a chi fa questo per lavoro.
Eppure se mi guardo indietro ti assicuro che non ho mai e poi mai pensato che il gioco non sia valso la candela. Ho scritto canzoni, ho registrato dischi, ho offerto ad altri con la mia musica emozioni di cui mi sono nutrito io stesso per anni.
Ogni tanto ripenso a quando cantavo a squarciagola i pezzi dei Queen e mi sentivo sulla vetta del mondo, mi piacerebbe più di ogni cosa poter offrire a qualcuno le stesse emozioni che altri hanno permesso a me di provare. Ancora oggi quando sento un pezzo iconico, sopravvissuto negli anni, come The Final Countdown, Back in Black, We Are The Champions, riesco a percepire nell’animo delle vibrazioni che nient’altro riesce a creare. Sapere che qualcuno, vicino o lontano, ascolta con piacere il nostro lavoro è già un motivo di orgoglio incommensurabile. E sapere di aver lasciato qualcosa che mi sopravviverà nel tempo è la soddisfazione più grande che la musica mi abbia mai dato.
Capisco perfettamente, quindi è logico che ti chieda qual è lo scopo finale che vi siete posti di raggiungere come band? Raggiungere un buon numero di fan in più ergo copie fisiche vendute oppure avere una possibilità maggiore di suonare dal vivo?
Personalmente quello di poter continuare a suonare e di fare ascoltare la nostra musica a sempre più persone. E se un giorno dovessi sentire un pezzo degli Elegacy provenire da un’automobile ferma al semaforo saprei di aver fatto centro!
Constantin come ti rapporti con la parola "successo"? Sogni ancora di poter ambire a tour oltre confine, oppure vivi coi piedi saldati per terra essendo conscio di aver dato sempre e comunque il massimo?
Mi ci rapporto bene, è un concetto totalmente relativo e credo che essere riusciti a pubblicare tre album è comunque un discreto risultato. Abbiamo scelto di non fare della musica la nostra professione ed è giusto che misuriamo i nostri traguardi con un metro differente. Detto ciò abbiamo sempre preso questo impegno con grande serietà cercando sempre di migliorare, imparare cose nuove, maturare, e certamente andremo avanti. In un mondo dove prevalgono contenuti di grande superficialità, pensare che in qualche parte del mondo ci siano fan degli Elegacy che ascoltano il frutto del nostro lavoro, di tante notti passate a comporre e registrare, è comunque una soddisfazione impagabile.
Dalla pubblicazione di "Impressions" fino ad oggi come ed in che maniera pensi sia cambiato il tuo modo di rapportarti con la musica concepita e suonata?
Da ragazzi cercavamo sempre di assomigliare alle band che amavamo e quindi eravamo spinti da un forte spirito di emulazione. Oggi continuano ad esserci delle influenze e ispirazioni, ma non hai più bisogno di sembrare qualcuno, puoi tranquillamente essere ciò che sei.
Ok ragazzi, siamo veramente alla fine, vi lascio campo libero per le vostre conclusioni finali...
Concludo ringraziando le persone come te Beppe, che ci hanno sempre apprezzato e supportato negli anni. E’ questo che ci dà forza e ci spinge ad andare avanti nonostante gli impegni lavorativi e familiari. Nella tua recensione su Forging Steele hai nominato Sometime in Eternity, che tu ci creda o no io lo avevo dimenticato. Evidentemente se qualcuno ha più memoria di me sul percorso che abbiamo fatto vuol dire davvero che abbiamo lasciato qualcosa.

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