E se non è determinazione questa, ditemi voi cos'è!!! Si, ci sono percorsi musicali che, nonostante le pause e le difficoltà, continuano a seguire una direzione ben precisa, alimentati da passioni che il tempo non riesce a scalfire. Daniel Gazzoli torna a farsi sentire a dieci anni di distanza da Night Hunter, album d'esordio che aveva segnato l'inizio del suo cammino solista. Con Stranger in My Own Town, il chitarrista e compositore riprende quel discorso, riaffermando il proprio legame con le sonorità degli anni Ottanta, tra hard rock melodico, AOR ed heavy metal, ma con una particolare attenzione alle tastiere e alla costruzione delle melodie. Survivor, Journey, Dokken e Magnum rappresentano alcuni dei riferimenti di un lavoro che alterna eleganza e potenza, senza trascurare aperture più metalliche che rimandano alla scuola scandinava degli Stratovarius e Rising Force.
Un ritorno maturato attraverso un decennio tutt'altro che semplice, nel quale le vicende personali ed altre difficoltà hanno rallentato il percorso discografico, ma non hanno cancellato la voglia di comporre.
Abbiamo incontrato Daniel per ripercorrere questi dieci anni, approfondire la genesi del nuovo album e scoprire quanto del suo vissuto sia confluito in canzoni che, pur guardando a una stagione musicale ben precisa, raccontano anche qualcosa del suo presente.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Daniel, benvenuto sulle nostre pagine. Sono passati dieci anni da Night Hunter, il tuo album d'esordio. Guardando oggi a quel lavoro, quali differenze trovi nel tuo modo di comporre e concepire la musica? Quanto è cambiato Daniel Gazzoli in questo decennio?
Per prima cosa, ti ringrazio per lo spazio che mi stai concedendo. A livello personale, sicuramente un po’ di cose sono cambiate, ma a livello compositivo, credo di aver mantenuto le stesse coordinate del disco d’esordio. Sono cambiate le persone con cui ho collaborato e questo ha fatto una grande differenza. Per il resto 10 anni sono parecchi ma è stata una pausa dovuta a questioni personali ed economiche, non di certo alla voglia di scrivere ancora musica.
Stranger in My Own Town sembra muoversi in una direzione più definita, con una maggiore attenzione alle melodie e agli arrangiamenti. Quando hai iniziato a lavorare al nuovo album, avevi già in mente delle coordinate che ti hanno condotto a questa evoluzione, oppure il risultato è maturato progressivamente durante la composizione?
La scelta di comporre un disco più melodico e keyboard oriented non è stata una scelta ma qualcosa di assolutamente naturale. Avevo delle idee che richiamavano un certo tipo di sonorità e anche un certo tipo di arrangiamenti.
Ascoltando il disco, alcuni riferimenti che mi vengono in mente sono Survivor e Journey, soprattutto per il modo in cui le melodie vocali e le tastiere si intrecciano con le chitarre. Sono gruppi che hanno avuto un'influenza diretta sulla tua scrittura? Quali artisti senti più vicini alla tua sensibilità musicale?
Assolutamente sì! Hai citato due fonti di ispirazioni innegabili. Mi sono sempre ispirato ai grandi del genere e loro sono sicuramente tra i maestri. Poi rimango ancorato al cosiddetto “Class Metal” dove viene sapientemente miscelata classe potenza e melodia. Potrei citarti Dokken, Magnum e una lista di band lunghissima!
Accanto alla componente hard rock melodica e AOR, ci sono episodi più tirati e decisamente metallici, nei quali emerge una maggiore aggressività delle chitarre. In quei momenti ho avvertito qualche richiamo agli Stratovarius più melodici. È una direzione che ti interessa sviluppare ulteriormente oppure rappresenta semplicemente una delle diverse anime del progetto?
Come hai detto giustamente, è una delle sfaccettature del mio progetto. Ho sempre pensato che un disco debba essere una sorta di “best of” di tutto quello che mi ha appassionato ed ispirato, quindi è normale che ci siano sonorità variegate tra loro, ovviamente sempre mantenendo come costante il sound degli 80’. Credo anche che l’influenza scandinava sia innegabile in questo disco. Amo gli Stratovarius e sicuramente sono stati una delle mie fonti di ispirazione!
Vorrei soffermarmi sui testi di Stranger in My Own Town. Quali temi affronti in questo album e quanto c'è di autobiografico nelle storie che racconti? Quando componi, la musica ti suggerisce già un argomento da sviluppare oppure sono le parole e le esperienze personali a guidarti nella scrittura?
Essendo un disco solista, è normale che la componente autobiografica sia presente. C’è parecchio del mio vissuto. A volte più da vicino, a volte in modo più distaccato. Sicuramente l’aspetto emotivo mi ha influenzato in fase di composizione. In che modo, però, per me rimane ancora un mistero. Ahahah!
Oltre a richiamare il Sambora solista, il titolo Stranger in My Own Town suggerisce una sensazione di estraneità, forse anche un rapporto particolare con il luogo in cui si vive. Qual è il significato che hai voluto attribuirgli? C'è un filo conduttore che lega i testi e le tematiche dell'album?
E qui mi ricollego alla domanda precedente sulle tematiche dell’album. Condivido appieno le tue parole. Nonostante si parli tanto di progresso, inclusione ed apertura mentale, ho la sensazione che siamo ancora troppo legati a stereotipi e preconcetti. E non è solo una questione personale. È un discorso che si può estendere anche nell’ambiente musicale odierno, che è governato da trend e meccanismi che disprezzo e da cui sono totalmente estraneo. Anche se mi considero nell’ambiente da quasi tutta la vita. Non c’è esattamente un filo conduttore, ma ci sono tematiche ricorrenti. Rispetto al primo album direi che la rabbia è il sentimento che stavolta prende il sopravvento. Intendo come chiave di riflessione e come catalizzatore.
Nel nuovo disco hai coinvolto Giacomo Rossi alla voce e Massimiliano Sabbadini alle tastiere. Come sono nati questi rapporti di collaborazione? Quanto hanno contribuito le loro personalità musicali a modificare o arricchire le tue composizioni?
Conosco Massimiliano Sabbadini da tanti anni. Oltre ad essere un grandissimo musicista, è anche un amico. Ho contattato Giacomo perché per questo disco volevo assolutamente collaborare con un vero cantante e un vero professionista. Entrambi hanno apportato valori aggiunti all’album. Quando ho pensato a Giacomo sapevo della sua grandissima versatilità e della sua incredibile estensione vocale. Inoltre, ha scritto tutte le armonizzazioni che potete sentire nei cori. Max ha svolto un grandissimo lavoro considerando che le mie parti di tastiera erano poco più che abbozzate. Inoltre, si è calato nel progetto, spesso suggerendomi preziose idee per gli arrangiamenti.
Come ti dicevo nei nostri messaggi, Giacomo possiede un timbro energico, con una componente metallica piuttosto marcata, mentre il tuo progetto si muove spesso su territori più melodici e raffinati. Come avete lavorato per trovare il giusto equilibrio tra la sua interpretazione e la natura dei brani?
Giacomo, oltre ad essere il cantante di una grande band Power Metal come gli Embrace of Soul, ha avuto altre esperienze canore. La prima volta che ero presente ad un suo live suonava con una band della zona chiamata Poe, che propone un genere molto variegato e teatrale. Inoltre, ha un’attitudine verso il cantautorato italiano. Sapevo che potevo dargli carta bianca per l’interpretazione.
Daniel, sei un musicista che si occupa di diversi strumenti e di gran parte della costruzione musicale del progetto. Quando componi, parti generalmente dalla chitarra, da una melodia vocale, da una linea di tastiera oppure da un'idea ritmica? Raccontaci come nasce una tua canzone.
Come ti dicevo prima, per me il processo compositivo rimane un mistero! E non ti so dire se questa sia una cosa negativa o positiva! Diciamo che, suonando un genere melodico, forse è proprio la melodia la base di partenza. A volte arrivano le idee, mentre altre volte ci devo un po’ lavorare. Però una cosa è sicura: non è mai facile!
La chitarra rimane uno degli elementi centrali del disco, ma non sembra esserci la volontà di mettere in secondo piano la forma canzone per lasciare spazio a lunghe esibizioni strumentali. Quanto è importante per te trovare il giusto equilibrio tra tecnica, espressività e immediatezza?
Nonostante la chitarra sia il mio strumento principale, ho sempre pensato che la tecnica debba essere al servizio del brano e della musica. Se parliamo delle parti di chitarra, credo di aver sempre mantenuto un buon equilibrio tra parte solistica e carattere dei brani. Tra l’altro, gli assoli sono quasi tutti improvvisati, nel senso che sono stati scritti al momento della registrazione. Mi sono divertito nel farlo e questo credo che sia la cosa più importante. Di certo il mio scopo non è quello di dimostrare qualcosa o impressionare qualcuno.
L'hard rock melodico e l'AOR degli anni Ottanta sono generi che hanno lasciato un'impronta fortissima, ma oggi vengono spesso ripresi attraverso un approccio nostalgico. Secondo te, quali sono gli elementi di quella stagione musicale che possono ancora essere sviluppati in modo personale e attuale?
Se questi generi hanno avuto un’epoca di ricchezza e splendore, oltre all’indiscussa qualità delle band, bisogna ammettere che c’era anche un sistema discografico che funzionava perfettamente. Se parliamo di musica, ci sono tantissime band moderne che portano avanti gli elementi tipici degli anni 80. Non credo sia una questione nostalgica. Semplicemente, quel periodo è parte della nostra storia musicale e culturale.
Come dicevamo poc'anzi, il tuo primo album, Night Hunter, uscì nel 2016. Se potessi tornare indietro e rimettere mano a quel disco, cambieresti qualcosa nella produzione, negli arrangiamenti o nella scrittura? Oppure lo consideri una fotografia fedele di quello che eri in quel momento?
Ti ringrazio per questa domanda. Purtroppo, il disco d’esordio mi ha lasciato diversi rimpianti. Non cambierei nulla se parliamo di scrittura, composizione e produzione, ma non posso dire che rappresenti una fotografia fedele di come volevo quel disco. Se c’è una cosa che voglio assolutamente fare prima o poi è proprio quella di rimasterizzare Night Hunter e dargli la giustizia che merita.
Tra i brani di Stranger in My Own Town, ce n'è uno che senti particolarmente rappresentativo del Daniel Gazzoli Project di oggi? Quale composizione ritieni abbia raggiunto meglio l'equilibrio tra hard rock melodico, AOR e le aperture verso il Metal?
Ci sono due brani che hanno dato lo start per scrivere un altro disco: il singolo The Place of My Heart e la ballad Dawn for a Dreamer. Sono entrambi brani a cui sono molto legato per motivi diversi. Se mi chiedi la canzone che rappresenta meglio questo album, oltre ovviamente alla title track, è sicuramente On the Run. Ha tutti gli elementi che caratterizzano il disco.
La produzione di un album come questo richiede un lavoro attento sulle chitarre, sulle tastiere e sulle parti vocali. Come avete affrontato la fase delle registrazioni? Avevi già un'idea precisa del suono finale oppure hai lasciato spazio a cambiamenti e soluzioni emerse in studio?
La produzione del disco è stata affidata anche stavolta a Davide Rossi. Ho registrato tutto quello che potevo nel mio home studio: chitarre, basso, tastiera e stavolta anche le parti di batteria. Giacomo ha registrato tutte le parti vocali nel suo studio. Avevo già una buona base quando abbiamo iniziato a mixare. E il motivo è dovuto al fatto che stavolta mi sono rivolto alle persone giuste. Poi, ovviamente, il lavoro di Davide alla produzione è stato di importanza assoluta.
La pubblicazione del disco attraverso Underground Symphony rappresenta un nuovo capitolo del tuo percorso discografico. Come è nata la collaborazione con l'etichetta? Quanto è importante, per un progetto che si muove tra hard rock melodico e metal, trovare una realtà discografica che creda nel lavoro e lo accompagni verso il pubblico?
Sono entrato in contatto con la Underground Symphony dopo alcune vicissitudini (chiamiamole così) con un’altra etichetta che pretendeva produzioni di un certo tipo, suoni moderni e produttori rinomati. Superata questa fase piuttosto deludente, il primo nome a cui ho pensato è stato quello di Maurizio Chiariello. Ci siamo sentiti e in breve tempo eravamo già d’accordo su tutto. Non solo musicalmente, ma anche a livello personale. Lui ha ascoltato il disco, gli è piaciuto e ha deciso di produrlo. Per rispondere alla tua domanda, credo che oggi le band abbiano bisogno di gente come Maurizio. Persone che ascoltano la musica senza perdersi in chiacchiere, false promesse o in altre cazzate.
Vorrei chiederti un parere sulla Frontiers Records, una realtà che negli ultimi anni ha pubblicato moltissimi lavori nell'ambito hard rock melodico e AOR. Talvolta, ascoltando alcune produzioni, ho la sensazione che il suono e gli arrangiamenti tendano ad assomigliarsi, mentre altri progetti nascono con formazioni di grandi nomi che finiscono per durare lo spazio di un solo album. Secondo te, quanto è importante oggi mantenere una propria identità musicale? E quanto spazio c'è ancora per la competitività e per progetti capaci di distinguersi realmente?
Reputo la Frontiers una major assoluta per quello che riguarda l’hard rock melodico e anche per un certo tipo di Metal. Non metto assolutamente in discussione il loro lavoro. Ma, ricollegandomi alla domanda precedente, a volte ho l’impressione che certe etichette vincolino le band e gli artisti a un certo tipo di sound e di produzione. Sono imposizioni che spesso appiattiscono l’identità delle band, finendo inevitabilmente per assomigliarsi. Rimane il fatto che possano vantare grandissimi nomi nel loro roster.
Hai mai avuto occasione di partecipare al Frontiers Rock Festival come spettatore? Se sì, che impressione ti ha lasciato? E se non hai ancora avuto questa possibilità, ti piacerebbe un giorno portare il Daniel Gazzoli Project su quel palco, magari confrontandoti con artisti e band che hanno contribuito a formare la tua sensibilità musicale?
Non ho mai perso un’edizione del Frontiers Rock Festival! Magari non tutte le giornate, ma ogni anno sono presente. Devo dire che hanno fatto davvero un ottimo lavoro. C’è un bell’ambiente, una bella organizzazione e una delle migliori location per la musica live nel nostro Paese. Credo che per chiunque suoni questo genere sia un sogno poter calcare quel palco.
Dopo dieci anni tra il primo e il secondo album, come immagini il futuro del progetto? Ti piacerebbe portare Stranger in My Own Town dal vivo con una formazione stabile, oppure preferisci mantenere il Daniel Gazzoli Project come uno spazio aperto a collaborazioni e nuove idee?
Ammetto che la dimensione live rimane un mio limite. Non solo perché parliamo di un progetto solista, ma anche per questioni personali. Mi piacerebbe molto avere una formazione stabile e portare la mia musica dal vivo, ma al contempo ho anche paura che questo possa avere delle conseguenze negative. Vorrei uscire in acustico. Questo è qualcosa a cui sto pensando seriamente. Per il resto, la cosa più importante per me è riuscire a scrivere altra musica e dare un seguito a Stranger in My Own Town.
Chiudiamo con uno sguardo ai lettori italiani che seguono l'hard rock melodico, l'AOR e il metal più tradizionale. C'è qualcosa che vorresti raccontare loro di Stranger in My Own Town che magari non è emerso nelle domande precedenti? E quale messaggio vuoi lasciare a chi si avvicinerà per la prima volta alla tua musica?
In una recensione hanno sminuito questo disco scrivendo che questo album non può essere paragonato alle produzioni moderne. Beh, per fortuna, aggiungo! Aveva perfettamente ragione. Se volete un disco di Hard n Heavy melodico con influenze AOR che suona anni 80’, Stranger in My Own Town potrebbe piacervi! Se volete delle produzioni moderne, le batterie alla Justin Bieber o dei suoni di plastica, allora ci sono tante altre band che fanno al caso vostro. Oppure potete anche generare qualcosa con l’AI e vi accorgerete che il risultato non sarà tanto diverso.
Grazie di cuore per lo spazio concesso!
Un saluto!

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