Genio o pura follia? Forse entrambe le cose, perché bisogna avere una certa dose di sana incoscienza per prendere l'heavy metal, mescolarlo con la cultura contadina emiliana, i racconti popolari e la lingua italiana, e trasformare tutto questo in un universo musicale che non assomiglia a quello di nessun altro. I Vade Aratro lo fanno da anni, fedeli a un'idea che non ha mai avuto bisogno di chiedere il permesso alle mode. Il loro Heavy Metal Agreste è una dichiarazione d'identità, un legame viscerale con le proprie radici e, allo stesso tempo, un modo ironico e personale di guardare al mondo.
Con I Racconti del Macero, quarto capitolo di una discografia iniziata nel 2008 con Storie Messorie, i tre emiliani tornano a dissodare il proprio terreno, puntando su un suono autentico, registrato in totale autonomia e capace di restituire la dimensione più istintiva della band. Un percorso che attraversa il doppio Agreste Celeste e le vicissitudini di Il Vomere di Bronzo, senza perdere di vista ciò che conta davvero, la libertà di raccontare storie senza indossare maschere.
Abbiamo incontrato il maestro Marcello Magoni per ripercorrere questa avventura, parlare di musica, parole, radici e della necessità di non diventare prigionieri della propria formula. Perché, in fondo, tra genio e follia può esserci soltanto un campo da arare. E i Vade Aratro sembrano avere ancora parecchio lavoro da fare.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Marcello, grazie del tempo che ci stai volendo dedicare, partiamo da I Racconti del Macero, il vostro quarto album. Un nuovo capitolo che arriva dopo un percorso discografico articolato e una ricerca musicale sempre più personale. Qual è stato il punto di partenza di questo lavoro e quali obiettivi vi siete posti durante la sua realizzazione?
Ciao Beppe e grazie a te, figurati: abbiamo sempre piacere di sbrodolarci addosso qualche parola su noi stessi!
Quando abbiamo fatto uscire il nostro disco precedente, il colossale doppio album "Agreste Celeste" del 2020, ci siamo proposti di concludere a breve un nuovo lavoro, per mantenere acceso e oliato il motore, come a voler recuperare un po' di quel tempo perduto in gioventù: le canzoni c'erano, la fotta pure... cosa poteva andare storto? Eppure son volati via sei anni, non chiedermi come, perché non me ne sono neppure accorto. Già nel 2021 i brani erano stati scritti e in buona parte arrangiati. L'obiettivo per questo disco era di prepararci sufficientemente bene da riuscire a registrare tutti insieme e in totale autarchia, cose che siamo riusciti a concretizzare, compattandoci più che mai come band e come persone. Volevamo un suono vero, urgente, vivo, sovrapponibile a quello che siamo in versione live. Non avevamo previsto tanto ritardo, ma il tempo trascorso ci ha permesso di iniziare le registrazioni più preparati che mai, perfettamente a fuoco e consapevoli. Tutto sommato non è andata male...
Ripercorriamo la vostra discografia: guardando oggi ai primi tre album, quali sono le tappe fondamentali della vostra crescita? C'è un disco che considerate decisivo per la definizione di quello che chiamate Heavy Metal Agreste?
2008 - Storie Messorie - Il nostro sferragliante debutto, il manifesto dell'Heavy Metal Agreste! Tutti gli elementi che tuttora caratterizzano il nostro suono erano già presenti: i riti, i miti e le tradizioni delle campagne, i ricordi d'infanzia, la vecchiaia, gli animali, le armonie vocali, la batteria estrema, il pianoforte, il piacere di raccontare delle storie, i riferimenti ermetici, le allegorie e anche le simbologie geometriche nell'organizzazione dei brani stessi, sia all'interno delle singole composizioni, sia a livello di scaletta.
2015 - Il Vomere Di Bronzo - Come il titolo lascia trapelare, è un po' come se fosse il nostro terzo album, a seguito di un secondo mai nato. In realtà le canzoni sono esattamente quelle che eravamo già pronti a registrare quattro anni prima, ma il gruppo è collassato poco prima di entrare in studio e su questo disco ci sono solo io e l'incredibile batterista mastermind dei Fiaba, l'amico Bruno Rubino. Il disco è bellissimo, ma è una ferita aperta nella nostra discografia: ora che siamo tornati insieme da più di dieci anni lo stiamo riregistrando, restituendo a quelle composizioni lo spirito originario del trio di amici che le scrisse. E lo intitoleremo "Il Vomere D'Argento"!
2020 - Agreste Celeste - Il nostro disco della maturità e della presa di consapevolezza: un regalo che ci siamo voluto fare, una dichiarazione d'intenti traboccante, un doppio album che nella sua maestosa versione in vinile assume i connotati di un trittico devozionale. Il nostro ritorno in grande stile.
Il vostro quarto album esce ancora una volta per Andromeda Relix, in collaborazione con Lizard Records. Quanto siete soddisfatti del rapporto instaurato con Gianni Della Cioppa? Quanto conta, soprattutto per una band indipendente con una proposta così particolare, trovare un'etichetta che comprenda e sostenga la propria visione senza cercare di modificarla?
Il rapporto con Gianni Della Cioppa (Andromeda Relix) e con Loris Furlan (Lizard/Nightvoices) è prima di tutto umano e personale. Sono contento di pubblicare con loro non perché siano il miglior veicolo per raggiungere un qualche tipo di successo, ma perché per me i Vade Aratro sono una cosa bella e voglio che la nostra avventura sia circondata di persone belle. E loro lo sono. La fiducia e la stima reciproca sono totali. Non mi sono mai dovuto porre il minimo scrupolo in merito alla libertà creativa e comunicativa, approfittando invece della loro esperienza per suggerimenti e consigli extramusicali.
Gianni Della Cioppa ha costruito negli anni un catalogo che guarda al rock, al metal classico e al progressive, spesso privilegiando artisti che non inseguono le mode. Vi riconoscete in questa filosofia? Pensate che il rapporto umano e la condivisione di una visione musicale siano elementi indispensabili per portare avanti un progetto come il vostro?
Come accennato prima, dubito che avremmo potuto accettare una collaborazione con una realtà tanto diversa.
La vostra musica combina Heavy Metal classico, folklore emiliano, narrazione popolare e momenti più sperimentali che convivono in un linguaggio unico che avete costruito nel tempo. Quando avete capito che questa combinazione poteva diventare la vostra cifra stilistica?
Lo so che può sembrare presuntuoso, ma la risposta più onesta è: da subito! Ti dirò, avevamo già le idee piuttosto chiare sulla direzione da prendere, su quello che ci sarebbe piaciuto fare coi Vade Aratro e cosa no.
All'inizio è stato strano: sapevamo di fare qualcosa di diverso, ma non avevamo idea di come sarebbe stato accolto. A noi veniva fuori così e non sentivamo nessuna spinta a conformarci verso formule di apparente maggior successo.
Nel tempo siamo diventati più consapevoli dei nostri mezzi e spero che questo ci dia lo slancio per continuare per scoprire nuove sfaccettature: non vogliamo rimanere vittime della nostra stessa formula, ma allo stesso tempo non sento nessuna pressione a cambiare o "evolvere" per forza. Faremo quello che ci sentiremo, come abbiamo sempre fatto.
Avete scelto di definirvi attraverso l'espressione Heavy Metal Agreste, una formula che racconta molto più di un semplice genere musicale. Quanto c'è di autobiografico, di territoriale e di culturale in questa definizione? È anche un modo per rivendicare le vostre origini e trasformarle in un elemento di forza?
A dirla tutta è anche una mezza furbata, che ci svincola da ogni riferimento stilistico diretto ma, allo stesso tempo, evoca qualcosa di fortemente caratterizzato nell'immaginario di chiunque. È una definizione terrosa ma liquida, imprendibile, onnicomprensiva. Esclusiva (mi sa che ci siamo solo noi) ma comunitaria. Ti permette di proiettare in essa tutte le aspettative che il concetto di ruralità possa suscitare, nel bene e nel male. E poi suona aggressivo, feroce, genuino, semplice, campagnolo, arcaico. Tutte cose che ci affascinano e rappresentano.
Uno degli aspetti più interessanti dei Vade Aratro è l'utilizzo della lingua italiana. Nel metal tradizionale l'inglese è spesso considerato la scelta più naturale, soprattutto per la sua musicalità e per il legame con la storia del genere. Quali sono le difficoltà che incontrate nel far convivere la nostra lingua con riff, ritmiche e melodie tipicamente heavy metal?
Hai sottolineato un aspetto cruciale. Ci sono tanti gruppi che fanno Metal in italiano, ma a fare musica italiana Metal siamo davvero in pochi. Le nostre melodie sono costruite sulla prosodia dell'italiano, non su quella dell'inglese, e questa differenza imprescindibile dona credibilità e dignità a quello che cantiamo. Preferisco cantare in italiano per ovvi motivi: è una lingua che conosco meglio, ha più parole, più colori e una storia infinitamente più ricca, rispetto all'inglese.
E poi mi resi conto da giovane di quanto cantare in inglese fosse come indossare una maschera, creare un filtro, una barriera comunicativa. Io volevo cantare i miei racconti con la stessa lingua con la quale vado a comperare il pane. Volevo essere creduto e capito.
Scrivere in italiano significa anche confrontarsi con una maggiore immediatezza delle parole, ma può esporre il testo al rischio di risultare troppo descrittivo o distante dall'immaginario abituale del metal. Come lavorate sull'equilibrio fra metrica, musicalità e significato? Vi capita di dover modificare un testo perché non funziona con la musica, oppure di cambiare una soluzione musicale per rispettare le parole?
Quando canti nella tua lingua madre non hai scampo: sei costretto a fare i conti con quello che scrivi! Mi chiedo quanti cantanti si vergognerebbero ad esporre in italiano gli stessi testi che cantano in inglese.
È una situazione che mi stimola a spremere il meglio dalle parole, a sceglierle con cura. Canto una canzone solo se ho qualcosa da dire. Lavoro alla ricerca di una lingua semplice, vicina al parlato, credibile, senza per questo rinunciare a sfumature e termini specifici, tecnici, dialettali o arcaici, che aggiungono sapore e indizi esegetici.
Quando testo e musica confliggono, la soluzione è riscrivere una delle due, allo scopo di raggiungere nel modo più efficace l'intento comunicativo. Quando il testo è forte, è la musica che si adatta. Questo genera spesso effetti meno convenzionali e più interessanti, rispetto alla soluzione opposta.
Nei vostri lavori la componente narrativa ha un peso notevole. Non vi limitate a inserire testi in italiano sopra una struttura heavy metal, ma costruite storie, immagini e atmosfere legate a un mondo preciso. Quanto tempo dedicate alla scrittura dei testi e quanto è importante, per voi, che ogni parola contribuisca alla costruzione dell'identità del disco?
Proseguendo quanto accennato prima, ogni parola è un atto di volontà, una tessera del mosaico. E ogni testo è un capitolo del nostro piccolo mondo rurale, la cui risoluzione aumenta disco dopo disco, guadagnando ampiezza e profondità di campo.
Ci piace evocare immagini e sensazioni!
In questo ultimo disco ho scelto di utilizzare parole che non credevo avrei mai incluso nel nostro vocabolario, stupendo in primo luogo me stesso: avevo una sorta di pudore, di timore sacrilego nell'usare parole straniere o gergali, ma credo che il contesto le giustifichi a pieno.
Ci sono poi parole feticcio che sono dotate di particolare densità, che ricorrono intenzionalmente nei vari brani (e dischi).
I Racconti del Macero guarda anche alla memoria, all'adolescenza e a un preciso immaginario provinciale, collocando parte della propria narrazione nell'estate del 1996. Perché avete scelto proprio quell'epoca? Quanto c'è della vostra esperienza personale e quanto, invece, appartiene a una dimensione simbolica che può essere condivisa anche da chi non ha vissuto quegli anni?
Se è vero che io, nell'estate del 1996, avevo diciassette anni come l'io narrante del disco, lo è anche il fatto che, ad essere sincero, non ti saprei dire con esattezza quello che ho fatto la sera di quel fatidico dieci di agosto di trent'anni fa... Cronaca, memoria, finzione e allegoria sono impastate in equa misura.
E ho notato che, per quanto specifico e particolare sia il contesto descritto, le sue dinamiche archetipali sono talmente universali da permettere, a chiunque abbia attraversato un rito di passaggio adolescenziale, di riconoscersi e identificarsi in quanto raccontiamo.
La provincia, nel vostro universo, non è semplicemente uno sfondo geografico. Diventa una fonte di storie, personaggi, ricordi e suggestioni che difficilmente troveremmo in una formazione Metal più convenzionale. Quanto è importante raccontare un territorio senza trasformarlo in una cartolina nostalgica? E quanto la Bassa bolognese continua a influenzare il vostro modo di comporre?
Si dice che, quando si scrive, sia bene scrivere di ciò che si conosce. E dato che l'unica cosa che posso dire di conoscere, almeno un pochino, è la mia esperienza diretta, parlo di quella. La provincia non diventa l'oggetto osservato, ma un punto di osservazione del mondo. Lo scopo non è diventare una succursale sonora del museo della civiltà contadina, ma prendere un mondo di cui abbiamo avuto esperienza (per quanto marginale) e utilizzarlo come pretesto formale per raccontare temi universali. La lettura letterale e quella allegorica sono sempre mescolate tra loro.
Ascoltando la vostra musica, accanto alla tradizione Heavy Metal emergono suggestioni che possono richiamare il progressive rock italiano degli anni Settanta. Penso, per esempio, ai Biglietto per l'Inferno, capaci di coniugare energia, teatralità e ricerca compositiva. È un riferimento che sentite vicino oppure si tratta di una parentela che emerge spontaneamente dal vostro modo di scrivere?
Ci piacciono i Biglietto Per L'Inferno! Tra l'altro un nostro brano ha un titolo quasi sovrapponibile a quello del loro secondo disco. E, ad essere sinceri, la loro "Il Nevare" è, di fatto, un esempio di proto Heavy Metal Agreste!
Anch'io trovo più di un parallelismo tra quell'epoca d'oro di espressività musicale e la nostra ricerca di potenza, melodia, stupore e racconto, anche se, francamente, non so quanti appassionati di prog tradizionale siano disposti a concederci la loro benevolenza...
Un altro nome che potrebbe venire in mente è quello della Locanda delle Fate, soprattutto per la capacità di creare atmosfere articolate e melodie che sembrano raccontare qualcosa anche senza affidarsi esclusivamente alle parole. Vi riconoscete in questo tipo di sensibilità? Quali dischi del progressive italiano hanno lasciato un segno nella vostra formazione musicale?
Ho ascoltato qualcosa della Locanda delle Fate, ma devo ammettere che non fanno parte del mio itinerario formativo. Mi sono invece entusiasmato con dischi come "Inferno" dei Metamorfosi, "L'Uomo" degli Osanna, "Ys" del Balletto di Bronzo, oltre ai classici Orme, Banco e PFM. Amo molto quel tipo di sonorità, quelle distorsioni, quel pathos, quell'impeto e quella voglia di spingersi oltre. Tutte caratteristiche che, ahimè, si sono cristallizzate col passare degli anni, con l'esaurirsi dell'energia vitale giovanile, in quello che argutamente Bruno Rubino definisce "regressive"...
Oltre al metal classico e al progressive italiano, quali sono le influenze che hanno contribuito maggiormente a definire il vostro suono? Ci sono artisti o album che ascoltate da sempre e che continuano a emergere nelle vostre composizioni, magari in maniera inconsapevole?
Per quanto mi riguarda, riconosco nelle nostre composizioni la presenza importante di tutto il cantautorato italiano, soprattutto quello che ho introiettato da bambino tramite mio padre. Altre influenze che mi sono state fatte notare (e che riconosco come mie) sono i Rage del periodo d'oro, con Manni alla chitarra e i pirotecnici Raven. Poi tanta roba anni settanta. Io ho imparato a suonare la chitarra coi riff dei Black Sabbath, suonando a ripetizione sui dischi, in quei sabato sera in cui me ne stavo a casa da solo. Poi Uriah Heep, Rainbow e Judas Priest! E una malinconica predilezione per l'Heavy Epic americano di Warlord, Crimson Glory, Fates Warning, Sanctuary, Heir Apparent, Omen, Virgin Steele e via dicendo.
Mi piace molto anche la roba inglese anni sessanta. E il Death Metal.
Federico, che è un po' più anziano, ha costruito le fondamenta del proprio suono sui classici più classici del rock, del pop e del metal, dai Cream agli Anthrax, mentre Riccardo sguazza nel Metal più estremo, nel dark e nei Tool, ma ha una segreta passione inconfessabile per i primi lavori dei Labyrinth!
Nella vostra musica si avverte una particolare attenzione alla costruzione dei brani, che possono cambiare atmosfera e direzione senza perdere la propria identità. Come nasce una vostra composizione? Partite generalmente da un riff, da una melodia, da un'idea narrativa oppure lavorate tutti insieme fino a trovare una forma definitiva?
Noi scriviamo un pezzo quando abbiamo una storia da raccontare, quindi diventa piuttosto facile capire cosa ci può portare verso il miglior effetto narrativo. Spesso ci capita di improvvisare attorno ad un riff e, se ci piace, lo teniamo da parte in attesa che trovi una sua collocazione all'interno del racconto giusto. Altre volte ci facciamo prendere dal testo già scritto e cantato, e la musica si scrive da sola. Ci piace limare gli arrangiamenti, giocare affinché i pezzi siano divertenti da suonare e da ascoltare. Lo scopo è sempre riuscire a comunicare il messaggio e l'emozione della storia.
Siete un trio, ma la vostra proposta non dà l'impressione di essere limitata dalla formazione essenziale. Al contrario, riuscite a ottenere una varietà di soluzioni e colori che va oltre la semplice struttura chitarra-basso-batteria. Quanto è importante il contributo di ciascuno di voi nella definizione degli arrangiamenti e come riuscite a conciliare le diverse idee musicali?
Nelle versioni su disco ci piace aggiungere strumenti come chitarre acustiche, pianoforte, percussioni e fisarmonica, ma il bello è che i pezzi stanno in piedi benissimo anche in versioni live più sobrie, con solo gli strumenti essenziali. Poi suoniamo anche in acustico e abbiamo pezzi per solo piano e voce: potresti trovarci a suonare dal vivo sia ad un festival thrash sia ad un raduno folk!
Negli anni ci siamo capiti e avvicinati molto, tra noi. Sappiamo cosa aspettarci gli uni dagli altri e quale tipo di ingrediente ognuno possa portare, con la consapevolezza che sarà un contributo verso lo stesso scopo. Quando sei più giovane e meno consapevole, forse hai più paura che la contaminazione possa portarti via qualcosa di tuo. Io ad esempio ero molto più possessivo sui miei brani e tendevo a scriverne quasi tutti gli arrangiamenti, per paura di perdere il controllo sul risultato finale. Ora so che quel risultato è un obiettivo comune e condiviso.
Nel vostro percorso avete sempre dimostrato una cura particolare per i dettagli, non soltanto nella musica ma anche nella presentazione dei dischi e nella costruzione dell'immaginario che li accompagna. Quanto tempo dedicate alla componente grafica e concettuale di un album? Per voi la copertina, il titolo e l'ordine dei brani devono concorrere a raccontare una storia unitaria?
Hai perfettamente ragione: uno degli aspetti a cui teniamo di più è proprio questa compattezza formale, questa coerenza continua tra tutti gli aspetti del nostro mondo. Tutto si richiama, si conferma e si rafforza, in un continuo rimando di significati sovrapposti, complementari e intrecciati. Posso dirti con sicurezza che non c'è nulla di casuale, nei nostri dischi. Ogni dettaglio è frutto di una scelta. Sono degli inneschi, delle briciole di pane. Non è detto che uno debba riconoscerli tutti, ma noi sappiamo che ci sono. E stanno tutti lì, in attesa di essere riscoperti.
Il nuovo disco è stato registrato in presa diretta nel vostro studio, mentre il mastering analogico è stato affidato a Michele Luppi. Che cosa cercavate dal punto di vista sonoro? Quanto conta mantenere una dimensione spontanea e naturale della performance, senza rinunciare alla definizione e alla potenza che un disco heavy metal richiede?
Eh, hai già detto tutto tu, quindi mi sa che hai capito perfettamente quale fosse il nostro intento! Ci piaceva l'idea di tornare a valorizzare la performance, l'atto di volontà condiviso, il momento magico in cui si concretizza la canzone. In fin dei conti, è così che nasce la musica: suonando insieme! La registrazione per sovrapposizione è un qualcosa di molto successivo. E intendiamoci, è una cosa meravigliosa e che adoro praticare, ma il potere atavico del suonare insieme risuona in noi con la forza di decine di migliaia di anni.
Credo negli anni si sia un po' frainteso il concetto stesso di potenza, di "botta", di energia. Io credo che le registrazioni di quaranta e cinquant'anni fa siano ancora potentissime, anche se non avevano la dinamica percussiva ipercompressa di oggi.
Secondo me devi sentire passare l'aria tra gli strumenti. Credo la potenza sia una questione di dinamiche relative, non di dB.
Il vostro percorso dimostra che è possibile costruire una proposta personale senza inseguire le tendenze del momento. Ma quanto è difficile, oggi, raggiungere un pubblico nuovo con una musica che non si lascia classificare facilmente? Vi capita di incontrare ascoltatori inizialmente spiazzati dalla vostra proposta, che magari si avvicinano per il metal e scoprono successivamente una dimensione completamente diversa?
In merito alla prima domanda, non ti saprei rispondere e, sinceramente, non me ne preoccupo più di tanto: noi facciamo questa roba qui. Sappiamo che non può piacere a tutti, che è roba di nicchia, ma allo stesso tempo siamo sicuri di non aver ancora raggiunto che una piccolissima percentuale di quella minoranza di ascoltatori che potrebbero ritrovare in noi quella parte di sé che non sapevano ancora identificare. Infatti proviamo a conquistarceli uno per uno.
I nostri ascoltatori sono SEMPRE spiazzati.
Il mercato discografico è profondamente cambiato: il supporto fisico ha perso centralità, mentre streaming e social network impongono ritmi di comunicazione spesso incompatibili con la cura necessaria a un progetto come il vostro. Quanto incidono queste trasformazioni sul vostro lavoro? Pensate che una band con una forte componente narrativa abbia ancora bisogno di essere ascoltata attraverso un album nella sua interezza?
Eh, guarda, noi siamo talmente rimasti agganciati ad un passato autoreferenziale da farci concepire la musica in termini di album, con tanto di brano di apertura, di chiusura, il lato A, il lato B... quando in effetti queste sono tutte costruzioni legate ad esigenze che, in prima battuta, sono state commerciali, più che espressive. Eppure le abbiamo fatte nostre.
E poi noi continuiamo a stampare dischi anche solo perché ci piace avere i nostri album fisicamente accanto a quelli dei gruppi che abbiamo ascoltato e amato. Ma la musica è qualcosa di immateriale. Agganciarla ad un immaginario visivo, per quanto mi venga spontaneo, forse rischia di depotenziarla. È un po' il famoso discorso dei film tratti dai libri, che appiattiscono su una sola interpretazione l'immaginario imprendibile e individuale che ognuno di noi ne avrebbe potuto trarre.
Credo che nel nostro caso però, essendo autori diretti di tutti gli aspetti dell'opera, si possa interpretare il tutto come il prodotto di una comunicazione organica, che riverbera una validazione reciproca tra audio, immagini e speculazioni legate ai testi. Assaggiarne solo una parte può essere suggestivo, ma lasciare un senso di appetito insoddisfatto.
Arrivati al quarto album, quale bilancio potete tracciare della vostra esperienza? C'è qualcosa che avreste voluto realizzare diversamente nei primi anni e che oggi, grazie alla maturità acquisita, riuscite finalmente a mettere in pratica? E quali aspetti della vostra musica sentite di non aver ancora esplorato fino in fondo?
Guarda, in merito ai risultati prettamente legati alla scrittura, non ho rimpianti o rammarichi. Mi sarebbe piaciuto invece essere stato un miglior interprete, musicista e cantante, nonché produttore, dato che nel percorso dei nostri dischi rileggo esattamente il mio apprendistato tecnico ed espressivo, con tutti gli inciampi in corso d'opera tipici di una graduale presa di consapevolezza. Un aspetto della nostra musica che sicuramente avremmo piacere di approfondire è quello legato al suonare dal vivo. Vorrei poter riuscire a fare molti più concerti e nelle situazioni più varie: acustici, elettrici, in festival Metal come sagre di paese, case private, musei, piccoli locali non necessariamente rock-oriented... E sviluppare gli esperimenti di registrazione d'insieme, per recuperare quel magico respiro vitale.
Chiudiamo guardando al futuro. Dopo I Racconti del Macero, avete già individuato nuove direzioni musicali o narrative da seguire? Continuerete a scavare nell'immaginario agreste e nella memoria della vostra terra oppure sentite il bisogno di allargare ulteriormente i confini del vostro Heavy Metal Agreste?
Abbiamo già più di un nuovo album in cantiere, ma credo il prossimo sarà un ritorno a temi più tradizionalmente Vade Aratro, come la vita di campagna e gli animali, sempre intesi in chiave allegorica. Poi abbiamo diverso materiale inerente al cibo, che ci piacerebbe agglomerare in un un album tematico, magari doppio. C'è inoltre in ballo, come anticipato, la riregistrazione del secondo disco (e, prima o poi, del primo!) ed una sorta di progetto parallelo col quale narrare una storia rurale noir ed esoterica. Poi c'è Il Crocicchio, un disco in (lenta) preparazione con Bruno Rubino. Tanto materiale, tanta carne al fuoco, tanta voglia di racontare nuove storie, ma... ho smesso di azzardare pronostici, tanto li sconfermiamo sempre! Sarà che puntiamo a fare musica senza tempo, ma le scadenze ci stanno veramente strette.
Un caro ringraziamento a tutti quelli che hanno avuto e avranno voglia di ascoltare le nostre storie.

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