Bruno Teodori - Afterlife

 


Mai farsi trarre in inganno dalle apparenze. Dietro un titolo come Tyranny, apparentemente sinonimo di durezza e intransigenza, si cela infatti la personalità di un musicista che ha fatto della ricerca, della passione e della continua messa in discussione di se stesso i punti cardine del proprio percorso artistico.
Parliamo di Bruno Teodori, chitarrista e compositore toscano di indubbio valore, giunto con Tyranny al terzo capitolo della sua esperienza discografica autoprodotta. Un percorso nato dalla necessità di dare forma alle proprie idee musicali e sviluppatosi attraverso una costante ricerca personale, tra tecnica, melodia, influenze classiche e una spiccata sensibilità compositiva.
Ma oltre al musicista, ciò che colpisce di Bruno è soprattutto l’uomo: una persona disponibile, schietta e sempre pronta a confrontarsi con il proprio lavoro, senza mai lasciarsi condizionare da facili entusiasmi o dalle critiche. Una qualità non così comune in un ambiente nel quale, troppo spesso, l’ego finisce per prendere il sopravvento sulla musica.
Tyranny rappresenta quindi molto più di una semplice raccolta di brani. È il risultato di un percorso artistico costruito con pazienza, affrontando anche le difficoltà legate alla ricerca di una formazione stabile e scegliendo, per necessità ma anche per convinzione, di curare personalmente gran parte degli aspetti della produzione.
Abbiamo quindi deciso di incontrare Bruno per approfondire la genesi di questo nuovo lavoro, le sue influenze, il rapporto con la composizione e con la tecnologia, le esperienze maturate negli anni e le prospettive future del suo progetto musicale.
A lui, dunque, la parola.

Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana per www.hardnheavy.org 20/08/2006

Beppe: Ciao Bruno, benvenuto sulle pagine di Hard’n Heavy e grazie di cuore per il tempo prezioso che ci hai voluto dedicare. Vuoi presentarti ai nostri lettori raccontandoci qualcosa su di te? Chi è il Bruno Teodori di tutti i giorni?
Bruno Teodori: Ciao a tutti e grazie a voi di Hard’n Heavy. Ho iniziato a suonare la chitarra da autodidatta 16 anni fa. A parte la musica classica, ascoltavo quello che in quel periodo la faceva da padrona: Bon Jovi, Europe, Skid Row, per poi scoprire Deep Purple, Rush e così via.
Dopo qualche anno iniziai a suonare in varie cover band e a scrivere canzoni mie, senza però trovare interesse negli altri membri del gruppo, che si avvicendavano piuttosto frequentemente, a suonare materiale inedito.
Ecco che allora decisi di realizzare il mio primo demo da solo, senza una vera e propria band. Da lì sono seguiti gli altri due, sempre purtroppo contornati da problemi di formazione.
Il Bruno di tutti i giorni si divide tra i lavori come arrangiatore e turnista in studio e il suo progetto solista, quindi il cimentarmi con nuove composizioni e il cercare di dare una conformazione a una band che diventi il più stabile possibile e che mi permetta di portare la mia musica in giro il più possibile.

Beppe: Bene, facciamo un piccolo passo indietro. Qual è stata l’accoglienza riservata ai tuoi precedenti demo da parte di critica, pubblico e soprattutto addetti ai lavori?
Bruno Teodori: Tutto sommato non mi posso lamentare, l’accoglienza è stata positiva, soprattutto da parte del pubblico, che poi è la componente più importante. La critica non ha reagito male, e neanche alcuni addetti ai lavori. Purtroppo, però, le proposte che mi furono fatte non erano troppo convenienti.
Voglio dire, non basta mettere un disco su uno scaffale per venderlo: senza un minimo di promozione diventa inutile, e poi c’erano anche altri fattori.

Beppe: Dunque, come mai per il nuovo “Tyranny” hai deciso di fare tutto da solo? Hai fatto, come si dice in questi casi, “di necessità virtù”, oppure volevi solo dimostrare di poterti cimentare anche su altri strumenti, forse a te non proprio congeniali?
Bruno Teodori: No, non volevo dimostrare niente di tutto ciò. Ho deciso di fare in questo modo in quanto, fortunatamente, scrivo e arrangio tutte le parti, comprese le linee melodiche e i testi, e al momento non disponevo di una vera e propria band.
Visto che in un home studio oggi si possono realizzare lavori che comunque, trattandosi di un demo, non sono poi difformi da quello che oggi è uno standard qualitativo, ho deciso di fare tutto da solo e fare poi il mixaggio in uno studio.

Beppe: Sì, capisco che da qualche anno la tecnologia ha preso il sopravvento anche e soprattutto in campo musicale. Ormai, grazie a programmi all’avanguardia come i vari Q-Base, si riescono a ricreare anche i suoni all’apparenza più complicati. Ma non credi che l’affiatamento, l’alchimia e il calore umano del lavoro di una band siano davvero difficili da sostituire?
Bruno Teodori: No, non è difficile: è assolutamente IMPOSSIBILE da sostituire.
Il fatto è che, come ti spiegavo prima, si trattava di realizzare un demo e, in questo demo, oltretutto volevo mettere tutte e sette le tracce che poi ci sono finite. Fare un demo di sette tracce con una band in uno studio professionale vuol dire investire una certa somma, e io sono dell’idea che un demo debba comunque, pur rispettando un certo livello qualitativo, rendere l’idea di quelle che sono le composizioni.
L’intenzione non era quella di fare una produzione che poi fosse pronta per essere eventualmente stampata e finire sugli scaffali di un negozio. Quindi non mi sono minimamente sognato di voler ricreare l’affiatamento di una band in “Tyranny”, anche se ovviamente è una componente alla quale avrei preferito non rinunciare.

Beppe: Quindi il titolo del disco è da attribuire a questa situazione, vero?
Bruno Teodori: No, no, il titolo del disco non ha assolutamente niente a che vedere con questa situazione. È più legato alla canzone “Victims of Tyranny” e all’atmosfera generale che aleggia nel CD, canzoni come “After-Life”, “Fear” o la strumentale “The Edge of Eternity”.

Beppe: Capisco, ma toglimi una curiosità: quali sono state le difficoltà oggettive a cui hai dovuto fare fronte durante la realizzazione di questo nuovo lavoro da studio?
Bruno Teodori: Sinceramente grosse difficoltà non ce ne sono state. Se proprio ce ne sono state, sono da ricercarsi nella scelta dei campioni da usare per la batteria. Oltre quello, direi nient’altro, davvero.

Beppe: Ma con il senno del poi, se potessi tornare indietro, a mente fredda, cosa cambieresti di “Tyranny” che proprio non ti va giù?
Bruno Teodori: Se dovessi cambiare qualcosa, vorrei sentirlo suonato con una vera band. Per il resto niente, sono molto soddisfatto di come è riuscito, sia a livello compositivo che di esecuzione.
Anche Bob ha fatto un gran lavoro, ha una voce molto versatile e capisce immediatamente in che modo gli viene chiesto di cantare quel determinato pezzo. È veramente un piacere lavorare con lui.

Beppe: C’è un brano particolare dell’intero lavoro che reputi più significativo e che credi rappresenti meglio l’essenza del tuo essere artista?

Bruno Teodori: Mah, sai, onestamente non credo di poterne scegliere uno. Ognuno di essi ha caratteristiche diverse, ogni pezzo deriva da emozioni, riflessioni e stati d’animo diversi.
Non potrei davvero sceglierne uno anziché un altro, perché ognuno rappresenta aspetti differenti del mio modo di approcciarmi non tanto allo strumento quanto alla composizione.

Beppe: Quali sono le situazioni o gli avvenimenti da cui trai ispirazione per la composizione dei tuoi brani? Puoi farci una piccola panoramica sulle liriche legate ai testi dei brani del CD? Credi veramente in una vita ultraterrena, una “Afterlife”?

Bruno Teodori: Sapevo che me l’avresti chiesto. Chissà... magari esiste veramente una vita ultraterrena. È uno dei tanti argomenti e misteri che mi hanno sempre affascinato.
Nel testo mi sono solo immaginato qualcuno che riesce a vedere e a parlare con un trapassato, il quale gli parla dell’esistenza di una afterlife.
In generale tutto quello che mi succede intorno può ispirarmi. Ogni emozione forte può diventare la molla per scrivere una canzone, sia essa positiva o negativa, ma anche la lettura di un libro. Autori come Stephen King, Poe e Lovecraft trattano argomenti che stimolano la mia immaginazione, e questo si riflette anche nei testi che scrivo.
Mi piace molto descrivere situazioni reali raffigurandole però con scenari che ritrovo in tali letture.
“Fear” parla dell’incapacità di sfuggire a un sentimento che è nascosto dentro tutti noi e che prima o poi tutti devono affrontare.
“Tears” è una ballad, è uno dei brani che mi piace di più di tutto il CD.
Per “Victims of Tyranny” mi sono immaginato tutti gli schiavi che nei grandi imperi sono sempre dovuti soccombere alla volontà del loro sovrano, per il quale hanno eretto monumenti e icone che rappresentavano la grandezza sua e del suo impero.

Beppe: “Tyranny” è in giro già da qualche mese, hai voglia di trarre delle conclusioni?
Bruno Teodori: Beh, no, sinceramente non ancora. In seguito al completamento del CD sono sopraggiunti alcuni problemi e alcune situazioni stavano cambiando, quindi ho preferito attendere che si stabilizzassero un attimo, per cui non l’ho ancora mandato molto in giro.
Da settembre in poi manderò fuori i press kit e quindi potrò trarre delle conclusioni. Per il momento è ancora troppo presto, nonostante, come tu hai detto, il CD sia fuori da un po’.

Beppe: Ma in tutto questo tempo, sei riuscito ad allacciare dei seri rapporti collaborativi con qualche label interessata alle tue composizioni?
Bruno Teodori: Un’etichetta che si dimostrò interessata fin dal mio primo lavoro è Underground Symphony. Ho avuto diversi contatti con loro, ma poi, per un motivo o per un altro, non se ne è mai fatto nulla. Adesso vediamo cosa succede con questo nuovo lavoro.

Beppe: Da quello che ho potuto leggere sulle tue recensioni, sei un artista che divide completamente la critica, o presunta tale, fra chi ti ammira per il tuo lavoro e chi ti critica ingiustamente. Che cosa rispondi a chi ti accusa di vera e propria dipendenza artistica verso certi stilemi sonori riconducibili al maestro Yngwie J. Malmsteen?
Bruno Teodori: Niente. Del resto, quando mandi fuori un lavoro è naturale che ti attiri sia i commenti positivi sia le critiche più feroci.
Io vado avanti per la mia strada, credo in quello che faccio e mi piace farlo. Oltretutto oggi è molto difficile venirne fuori con qualcosa di innovativo, quindi credo che la differenza la possa fare una bella canzone, ben suonata e con un bel sound d’insieme.

Beppe: Esatto, in fondo le influenze musicali derivate da massicce dosi di musica classica sono ben evidenti anche nel tuo songwriting, dico bene?
Bruno Teodori: Sì, fin da piccolo i miei genitori, pur non essendo per niente appassionati di musica, avevano in casa dischi di musica classica e mi è sempre piaciuto ascoltarla.
Quando poi ho cominciato a suonare mi sono reso definitivamente conto che è una forma di musica superiore, perfetta.

Beppe: Toglimi una curiosità: ma sei un autodidatta oppure hai preso delle lezioni per affinare meglio il tuo approccio alla chitarra elettrica? Più feeling o è sempre meglio avere un certo bagaglio tecnico?
Bruno Teodori: Poco dopo aver cominciato a suonare ho preso lezioni per circa otto mesi da un insegnante di jazz diplomato al Berklee College of Music di Boston. Poi ho proseguito gli studi da solo, facendo trascrizioni e cercando di mettere in pratica e approfondire quello che avevo studiato con lui.
Al tempo non c’era Internet, le risorse erano molto limitate e devo dire, per fortuna, eri costretto ad allenare l’orecchio. Più che per la tecnica sullo strumento, quelle lezioni mi furono molto utili per la teoria musicale.
Riguardo alla seconda domanda, direi che sono entrambe importanti. Se non riesci a scrivere una melodia accattivante, se non hai immaginazione, la tecnica non servirà a nulla.
La tecnica deve permetterti di mettere in pratica quello che ti passa per la testa. È un mezzo per esprimere quello che hai dentro, non un fine.

Beppe: Romeo, Tolkki e Malmsteen: non credi di dover ingrassare almeno una ventina di chili per avere lo stesso successo di questi tuoi tre celebri colleghi?
Bruno Teodori: Hahahah, se il segreto fosse quello, allora sarei già a tavola davanti a un bel piatto di pasta.

Beppe: Domanda secca: a che cosa saresti disposto a rinunciare per ottenere un successo commerciale, di pubblico e di critica?
Bruno Teodori: Non saprei proprio. Non mi vedo disposto a rinunciare a qualcosa. Faccio quello che faccio perché è quello che mi viene e che mi piace fare.
Se mai mi verrà chiesto di scendere ad un qualsiasi compromesso, vedrò di cosa si tratta e valuterò la situazione.

Beppe: Ok Bruno, siamo alla fine. Ti ringrazio per la tua disponibilità e ti lascio la parola per i saluti finali.
Bruno Teodori: Grazie a voi per lo spazio che mi avete dato. Saluto tutti voi e i lettori di Hard’n Heavy, spero di vedervi presto in giro. Continuate a supportare l’hard rock e il metal e gli artisti che lo tengono in vita.
Keep Rockin’!

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