Portare avanti una band per anni non è mai un’impresa semplice. Farlo quando il tempo passa, quando le priorità cambiano e quando a tenere in piedi tutto rimane soltanto la passione per la musica, può diventare una vera e propria battaglia. Una battaglia fatta di sacrifici, abbandoni, ripartenze e ostinazione. Ed è proprio di questo che ci parlano gli Hyperion, formazione felsinea che, nonostante le difficoltà e i cambi di line-up, continua a difendere con le unghie e con i denti la propria idea di heavy metal.
Al centro di questa nuova ripartenza troviamo Davide Cotti, chitarrista e anima degli Hyperion, che dopo aver condiviso i due precedenti capitoli discografici con una formazione progressivamente dissoltasi, si è trovato costretto a ricostruire dalle fondamenta la line-up della band. Musicisti che hanno mollato la presa uno dopo l’altro, un progetto che avrebbe potuto facilmente arenarsi e quella domanda che, prima o poi, finisce per presentarsi a chiunque continui a suonare dopo tanti anni: vale ancora la pena andare avanti?
Per gli Hyperion la risposta è stata, ancora una volta, sì.
E proprio quando sarebbe stato più facile fermarsi, la band ha raccolto le proprie forze per dare vita al terzo sigillo in studio della propria carriera. Un nuovo capitolo che prende la forma di un concept album a tinte sci-fi, nel quale gli Hyperion tornano a mettere sul piatto tutta la loro determinazione, la loro identità e quella viscerale passione per un heavy metal di scuola rigorosamente old style.
Chitarre, atmosfere e una concezione heavy metal che guarda senza timori al passato, ma che trova nel nuovo concept una dimensione narrativa capace di ampliare gli orizzonti della band. Un lavoro nato, ancora una volta, dalla necessità di esprimersi e dalla convinzione che, finché ci sarà qualcosa da dire, e da suonare, nessuna difficoltà potrà davvero mettere la parola fine a un progetto costruito sulla passione.
Abbiamo incontrato Davide Cotti per parlare di questa nuova incarnazione degli Hyperion, della difficile ricostruzione della line-up, del nuovo concept album e, soprattutto, di cosa significhi continuare a suonare heavy metal quando a tenere acceso il fuoco non sono più sogni di gloria o ambizioni di mercato, ma soltanto — e non è certo poco — la passione.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Davide e benvenuto fra le nostre pagine, partiamo subito dalla prima domanda, allora, come sottolineavo nella nostra recensione, rispetto all'ultimo album da studio, gli Hyperion hanno dovuto attutire all'abbandono di ben tre elementi fondamentali per il proseguo della vostra avventura discografica, che cosa è successo veramente nel periodo post “Into the Maelstrom”?
Ciao Beppe, grazie per l'invito! Diciamo che non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo deciso di cambiare formazione o di “rifondare” la band. I cambiamenti sono avvenuti gradualmente, in periodi diversi, e sono stati il risultato di una serie di circostanze abbastanza normali per una band.
Da una parte, l'uscita di “Into the Maelstrom” ha coinciso con il periodo dei lockdown, che ha inevitabilmente rallentato tutto e reso molto più difficile mantenere continuità ed entusiasmo. Dall’altra, nel corso degli anni, sono semplicemente intervenute le normali esigenze della vita: lavoro, famiglia, impegni personali. Per tre dei nostri ex componenti, a un certo punto è diventato difficile continuare a dedicare alla band il tempo e le energie che questa band richiede.
Capisco, quanto è stato difficile trovare musicisti validi ma soprattutto motivati per completare la line up della band?
Non è stato semplicissimo, anche perché trovare un musicista bravo è relativamente facile, mentre capire quanto sia realmente motivato a portare avanti una band nel lungo periodo è molto più difficile. In parte credo che ci voglia anche un po' di fortuna: puoi conoscere una persona da poco tempo e avere l'impressione che sia perfettamente in sintonia con il progetto, ma è impossibile prevedere come affronterà le cose quando arriveranno periodi più complicati o quando l'impegno richiesto aumenterà.
Per quanto mi riguarda, credo però che la motivazione non si possa semplicemente pretendere dagli altri. Se vuoi che le persone si impegnino, devi essere tu per primo disposto a farlo. Io ho sempre cercato di continuare a lavorare sulla band, anche nei periodi in cui sembrava che i risultati arrivassero molto lentamente, perché penso che sia importante dimostrare concretamente che tutto questo lavoro, prima o poi, qualcosa lo porta. Un disco, un concerto, una recensione positiva, una persona che viene a dirti che una tua canzone gli è piaciuta... sono tutte piccole cose che ti fanno capire che ne vale la pena.
In tutto questo periodo di stasi mediatica e viste sopratutto le difficoltà incontrate lungo il cammino, hai mai pensato che, forse, non ci sarebbe mai stato un vostro nuovo capitolo discografico? Chi o cosa ti ha spinto ad andare avanti negli ultimi anni?
Sì, quando Michelangelo (il nostro ex cantante) ha deciso di lasciare la band è stato sicuramente un momento difficile, e devo ammettere che per un attimo ho pensato che forse non avremmo più fatto un altro disco. Avevamo già scritto buona parte del materiale di Cybergenesis e ricominciare tutto da capo, soprattutto dopo tanti anni di lavoro insieme, non era una prospettiva semplice.
A spingermi a continuare sono stati però proprio gli altri ragazzi della band, alcuni dei quali erano arrivati da meno di un anno. Erano convinti del materiale che avevamo scritto e mi hanno incoraggiato a cercare un nuovo cantante invece di mollare tutto. Alla fine è stato proprio il loro entusiasmo a convincermi che valeva la pena provarci, e per fortuna li ho ascoltati.
Come dicevo nella mia recensione, il terzo disco di solito per una band è quello della “consacrazione” quello che da delle risposte sulla duttilità compositiva di un progetto musicale come il vostro, o si fa il grande salto, oppure irrimediabilmente un buco nell'acqua, voi vi siete mai sentiti al bivio?
In realtà , cambiando quattro quinti della formazione l'atmosfera durante la realizzazione del disco era più simile a quella di un secondo debutto: avevamo una formazione quasi completamente nuova, un cantante nuovo e anche un modo diverso di lavorare insieme.
Detto questo, io vedo Cybergenesis come una naturale evoluzione di quello che avevamo fatto nei primi due album. Credo che ci sia stata una crescita nella scrittura, che oggi sento più focalizzata e consapevole, ma senza la necessità di dimostrare qualcosa a tutti i costi.
Quali sono le difficoltà oggettive che avete dovuto affrontare durante le fasi di registrazione del nuovo album arrivato? A livello puramente di song writing la stesura dei nuovi brani è stata più problematica che in passato, visto che eravate “limitati” dal rispettare le atmosfere del concept album come “Cybergenesis”?
Sì, sicuramente il fatto di lavorare su un concept album ha cambiato il mio approccio alla scrittura. Probabilmente la difficoltà maggiore è stata concepire una struttura che funzionasse non solo a livello dei singoli brani, ma anche come esperienza complessiva, quasi pensando all'album come ai due lati di una cassetta o di un vinile. Volevo che anche il ritmo della storia e quello della musica avessero una loro dinamica nell'arco degli otto brani.
Un'altra differenza importante è che questa volta sono partito dai testi e dalla narrativa, e solo successivimente ho costruito la musica per interpretare quello che stava succedendo nella storia. In passato testo e musica procedevano più spesso di pari passo, mentre per Cybergenesis ho cercato di far sì che fossero prima di tutto le esigenze della narrazione a determinare atmosfere, strutture e dinamiche dei brani.
Visto che siamo in argomento, potresti farci una disamina sui testi su cui ruota l'intero album?
I testi raccontano una storia unica, divisa in otto capitoli, che segue la progressiva caduta dell'umanità e il tentativo di riconquistare la propria libertà. Tutto comincia con una spedizione attraverso una frattura spazio-temporale che ha conseguenze impreviste e porta al risveglio di una mente alveare aliena, chiamata "il Coro". Da quel momento l'umanità viene progressivamente sottomessa e trasformata in qualcosa di funzionale alla volontà di questa intelligenza collettiva, fino alla nascita di una ribellione.
La storia nasce direttamente dalla mia passione per la fantascienza, sia letteraria che cinematografica. Puoi trovarci elementi di molti romanzi e film classici che mi hanno formato, da Philip K. Dick e William Gibson fino a Star Trek e Ghost in the Shell. Ho cercato di mettere insieme questi elementi in una storia originale, mantenendo però quel gusto per la fantascienza avventurosa e un po' da B-movie anni '80 che è sempre stato parte del mio immaginario.
Come ed in che modo siete riusciti a far collimare i vostri impegni lavorativi, e soprattutto familiari, con le registrazioni del nuovo disco? C'è stato un momento durante la fase di registrazione in cui avete superato il vostro limite di sopportazione globale?
Fortunatamente non abbiamo mai avuto questo tipo di problema. Fin dal primo disco degli Hyperion mi sono occupato in prima persona delle registrazioni, e finora il modo in cui lavoro si è sempre dimostrato abbastanza congeniale sia a me che agli altri musicisti, e ci permette anche di gestire il tutto con una certa flessibilità.
L'unica differenza rispetto al passato è stata la registrazione delle voci: visto che Max abita a Pisa, questa volta ho lavorato in trasferta e abbiamo preferito appoggiarci a una struttura dove lui si sentisse a casa, così da poter registrare nelle condizioni più rilassate possibili.
Un album che oltre a segnare un'ulteriore evoluzione a livello compositivo, sposta le vostre coordinate stilistiche su sonorità sempre più vicine come concezione ad un heavy metal old school, come te lo spieghi?
Dal mio punto di vista l'heavy metal old school è sempre stata la nostra radice di partenza. Probabilmente quello che è cambiato è il modo in cui le diverse influenze che abbiamo sempre avuto si sono amalgamate nel corso degli anni. Noi abbiamo sempre cercato di muoverci un po' a cavallo tra la scuola europea e quella americana, prendendo elementi anche dal power, dal progressive, dallo speed, ma mantenendo sempre una base di heavy metal classico. Forse su Cybergenesis questa identità emerge in maniera più diretta rispetto al passato.
Quindi è logico che ti chieda, quanto è stato difficile far convogliare in un'unica direzione i gusti, le passioni musicali di cinque persone all'apparenza così diverse fra loro? Siete mai dovuti scendere a compromessi?
In realtà credo che sia stato più semplice proprio perché la direzione artistica degli HyperioN era già abbastanza chiara prima che arrivassero gli altri componenti. Avevamo già pubblicato due album e quindi c'era un'identità musicale ben definita, che naturalmente è rimasta anche con la nuova formazione.
Questo non significa che tutti abbiamo gli stessi gusti musicali, anzi. Ognuno porta nella band il proprio bagaglio di influenze, che inevitabilmente emerge soprattutto negli arrangiamenti e nel modo di interpretare i brani. Però c'è una direzione comune che rimane ben salda, e secondo me è proprio questo che permette di inserire influenze diverse senza perdere l'identità degli HyperioN.
Nonostante i continui paragoni illustri che da sempre vi hanno accompagnato, ascoltando dietro ai solchi della vostra nuova uscita discografica, mi è parso di intravedere molto più carattere di quanto non possa sembrare ad un primo semplice acchito. Credi che nel 2026 si possa ancora essere personali, pur mantenendo un certo legame con le proprie radici formative?
Sicuramente questo è uno dei complimenti che fanno più piacere a chi scrive musica. Credo che ogni autore, nel momento in cui compone, cerchi inevitabilmente di sviluppare una propria voce, anche quando parte da influenze molto riconoscibili. Sapere che qualcuno riesce a percepirla è una grande soddisfazione.
D'altra parte, nel nostro genere il confine è abbastanza sottile: è normale che una band di heavy metal tradizionale abbia dei riferimenti molto evidenti, perché stiamo parlando di una musica con una storia e un linguaggio ormai ben consolidati. Personalmente non ho mai avuto l'esigenza di cercare a tutti i costi soluzioni particolarmente "esotiche" per distinguerci. Mi interessa scrivere qualcosa che abbia elementi familiari, che facciano pensare all'heavy metal che amiamo, ma che allo stesso tempo abbia una propria identità e non sembri semplicemente la copia di qualcosa che è già stato fatto. È un equilibrio tutt'altro che facile e naturalmente non sempre ci si riesce. Però è una delle cose che mi stimola di più quando scrivo.
Come per la precedente release da studio anche il nuovo album è uscito sotto l’egida tutela della Fighter records, visto che è la prima volta che due album della band escano per la stessa label questo che mi fa capire che il lavoro svolto dall’entourage dell’etichetta è riuscito a valorizzare al meglio il vostro duro lavoro, siete completamente soddisfatti del loro operato?
Sì, assolutamente. Con Fighter Records ci siamo trovati molto bene fin dall'inizio e il fatto che siamo arrivati al terzo album con loro credo sia già una risposta abbastanza eloquente. Una cosa che ho sempre apprezzato particolarmente è la fiducia che ci hanno dato, lasciandoci completa libertà dal punto di vista artistico e occupandosi della distribuzione e della promozione del disco a livello internazionale. Per una band underground è un supporto tutt'altro che scontato, quindi siamo sicuramente soddisfatti del loro lavoro e molto contenti di aver continuato questa collaborazione anche con Cybergenesis.
Anni addietro qui a Torino avevamo un paio di negozi di dischi nei quali molti ragazzi dell'epoca si ritrovavano a sbavare sulle copertine dei dischi da acquistare con le paghette settimanali e ad organizzare le trasferte per i concerti futuri. Oggi tutto questo credo che sia mestamente cambiato con l'avvento della rete estesa, i negozi sono morti, i dischi non si vendono e nessuno va più ai concerti. A Bologna invece la Nannucci era il centro dell'universo, dico bene ?
Sì, assolutamente, Nannucci era una delle mete obbligate! Ci ho passato pomeriggi interi a consultare il reparto Hard & Heavy, soprattutto quando ero ragazzino e dovevo decidere con molta attenzione come spendere le poche lire (sì, c'erano quelle) a mia disposizone. Ma a Bologna c'erano anche Ricordi e il Virgin Store, con le mitiche “colonnette” con i CD nuovi da ascoltare, e il reparto metal era particolarmente fornito. Erano veri e propri punti di riferimento, che oggi purtroppo non esistono più. Per fortuna qualche negozio storico ancora resiste e, per gli appassionati del formato fisico come me, ci sono anche le fiere del disco che periodicamente passano da queste parti. È ovvio che il mercato dei CD non tornerà mai ai numeri di una volta, però nel nostro genere il formato fisico è ancora abbastanza vivo e i fan continuano a comprare i dischi. Ho amici musicisti, che suonano generi metal più moderni, che mi guardano stupiti quando racconto che ogni tanto riusciamo ancora a vendere qualche CD, perché per loro ormai esistono solo le piattaforme di streaming.
Quindi sì, probabilmente abbiamo perso qualcosa rispetto a quando il negozio di dischi era un punto di ritrovo, ma almeno nel nostro piccolo mondo il disco fisico non è ancora del tutto finito.
Perchè secondo te molti dei locali dediti ad un certo tipo di musica chiudono nell'indifferenza generale, con il grosso del pubblico che si muove solo per i concerti di nomi, apparentemente, importanti? Non ti sembra un paradosso sentire musicisti che si lamentano dei pochi affluenti ai loro concerti, e poi notare che, sono i primi che se ne stanno a fare i coglioni in giro quando il pubblico sono loro?
Credo che sia un problema abbastanza complesso e non me la sentirei di dare la colpa semplicemente al pubblico o ai musicisti. L'heavy metal tradizionale è una nicchia piuttosto piccola, e questo significa inevitabilmente avere numeri più contenuti rispetto ad altri generi. D'altra parte, è un mondo con un pubblico molto appassionato, e forse è proprio questo il nostro punto di forza: magari non siamo in tantissimi, ma chi segue davvero questa musica tende a viverla in maniera molto intensa.
Personalmente preferisco concentrarmi sui cinque che sono venuti a vedermi piuttosto che prendermela con i cinquanta che sono rimasti a casa. Se una sera suoniamo davanti a poche persone, cerco comunque di dare il massimo per quelle persone, perché magari per loro quel concerto è importante. E credo che questo sia anche il modo migliore per costruire qualcosa nel lungo periodo.
Poi è chiaro che esiste un problema più generale: se il pubblico diminuisce, i locali fanno sempre più fatica a sostenere la musica originale, le occasioni per suonare diminuiscono e si crea un circolo vizioso. Per questo penso che, più che lamentarci gli uni degli altri, dovremmo cercare tutti di mantenere vivo quel poco spazio che ancora abbiamo.
Arrivati ad una certa età si suona più per passione che per altro, un hobby abbastanza dispendioso se si pensa ai costi di produzione ed ai sacrifici profusi, mi piacerebbe sapere se, come si dice in questi casi, il gioco vale la candela, e non parlo di ritorni economici ma dell’essere pienamente soddisfatti e del pensare che “ne è valsa veramente la pena”....
Sicuramente è un hobby abbastanza dispendioso, non ci sono solo i costi di produzione di un disco: anche acquistare e mantenere gli strumenti, la sala prove, gli spostamenti e tutto quello che gira intorno alla band alla fine sono spese importanti. Proprio per questo penso che sia fondamentale imparare a gestire bene le risorse che si hanno, cercando di investire i soldi dove servono davvero e senza sperperarli inutilmente. Questo non significa necessariamente scegliere sempre la soluzione più economica, ad esempio io non apprezzo le copertine degli album fatte con l'IA solo per risparmiare qualcosa.
Detto questo, personalmente non mi sono mai posto davvero il problema di capire se “il gioco vale la candela”. Per me fare musica è qualcosa di più semplice e, allo stesso tempo, più difficile da spiegare: è una necessità personale. Se smettessi di suonare e di scrivere musica, sentirei che mi manca qualcosa. Dopo tanti anni continuo a trovare soddisfazione semplicemente nel prendere una chitarra, scrivere un pezzo e poi poterlo condividere con altre persone.
Ok Davide, ti lascio campo libero per le tue considerazioni finali...
Vorrei ringraziare chi è arrivato a leggere fino a qui, se volete supportare la band potete farlo dalla nostra pagina Bandcamp, dove si trovano i nostri album (sia in formato fisico che digitale) e il nostro merch; altrimenti veniteci a trovare al nostro prossimo concerto, e seguiteci sui nostri social per essere sempre aggiornati sulle date future. Grazie ancora a Beppe e Forging Steel per lo spazio che ci è stato concesso e per il vostro lavoro di divulgazione dell'heavy metal!

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