Ci sono album che riescono a stimolarti ancor prima di averne ascoltato una sola nota, perché disseminati di riferimenti capaci di spingerti alla scoperta di nozioni che non conoscevi o che, più semplicemente, avevi dimenticato.
Prendete, ad esempio, il nuovo lavoro degli Heavenfall, un disco ricco di spunti, suggestioni e riferimenti che si incastrano alla perfezione come tessere di un mosaico, componendo un quadro complesso, affascinante e tutto da scoprire.
Un ritorno sulle scene atteso per quasi tre lustri, tanti ne sono trascorsi dal precedente Falling From Heaven. Un'attesa lunga, a tratti snervante, che avrebbe potuto far vacillare anche la fiducia dei sostenitori più fedeli, ma che alla fine trova una risposta tutt'altro che scontata.
La band meneghina torna infatti con una prestazione maiuscola, forte di composizioni ispirate, arrangiamenti curati e di quell'appeal capace di catturare l'ascoltatore e spingerlo a tornare sul disco, ascolto dopo ascolto.
Thorn non è dunque soltanto il disco del ritorno: è la testimonianza di una band che, nonostante il lungo silenzio, ha saputo preservare la propria identità e trasformare il tempo trascorso in nuova linfa compositiva.
Una rabbia repressa che gli Heavenfall hanno saputo incanalare con intelligenza all'interno di un songwriting solido e articolato, capace di alternare aperture dai marcati fraseggi US Metal, incursioni nel melodic thrash e passaggi più ricercati, nei quali emerge una componente progressiva volutamente elitaria.
Un unico contenitore sonoro nel quale confluiscono reminiscenze che guardano ai Metal Church, agli Overkill e ai Forbidden, per spingersi poi verso il versante più tecnico, oscuro e articolato di certi Nevermore.
Brani dl forte appeal metallico come l'opener “Squall-led” che mette immediatamente le carte in tavola fra riff spacca ossa, ritmiche compatte e un'attitudine aggressiva che richiama il thrash più muscolare, senza rinunciare a una componente melodica ben presente.
“Sudden Zenith” prosegue sulle coordinate del brano d'apertura, ma alza il livello della scrittura alternando passaggi diretti a sezioni più elaborate, dove le chitarre si intrecciano in fraseggi ricercati e cambi di dinamica.
Con “No Candlelight” il disco assume tinte più oscure e introspettive. La pesantezza resta, ma lascia emergere una dimensione emotiva fatta di tensione, inquietudine e malinconia, mostrando il lato più riflessivo degli Heavenfall.
“Lingering Under The Acid Rain” mette invece in equilibrio aggressività e malinconia, crescendo progressivamente, e alternando riff duri a aperture melodiche, senza perdere compattezza.
Con “Ora Pro Nemine” la band raggiunge probabilmente il vertice compositivo dell'album, spingendo maggiormente sulla tecnica e su arrangiamenti più articolati, senza rinunciare all'impatto.
A chiudere il disco è “Stramonium”, oltre otto minuti nei quali gli Heavenfall sviluppano le proprie idee con maggiore libertà, costruendo un brano ambizioso ma mai prolisso, capace di dare a Thorn una conclusione naturale e coerente.
A legare il tutto c'è una produzione di ottimo livello, potente, precisa e moderna, ma senza quell'eccesso di pulizia che spesso finisce per togliere personalità al metal contemporaneo.
Gli anni trascorsi dal precedente album sembrano aver permesso alla band di trasformare una certa tensione accumulata in qualcosa di più articolato.
Non semplice aggressività, dunque, ma una tensione che attraversa le composizioni e trova sfogo tanto nei passaggi più duri quanto in quelli maggiormente introspettivi.
In definitiva un album maturo, personale e ricco di sfumature, nel quale tecnica, aggressività e ricerca convivono con sorprendente naturalezza.
Una spina, certo, ma di quelle che lasciano il segno..
Voto: 82/100
Beppe "HM" Diana
Anno di pubblicazione: 2026
Genere: Heavy Metal
Etichetta: Rockshots Records
Line up:
Pave - guitars
Dest - vocals
Ste- bass
Marco - drums
Simo - guitars

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