Vanderlust - Humanity 3.0


Da Tommy degli Who in avanti, il concept album ha esercitato un ascendente particolare sull'immaginario degli ascoltatori. Raccontare una storia attraverso un disco significa infatti chiedere alla musica qualcosa di più: non soltanto accompagnare parole e melodie, ma costruire mondi, delineare personaggi, suggerire immagini e accompagnare l'ascoltatore lungo un vero e proprio percorso narrativo. Un terreno sul quale il rock, e soprattutto il metal nelle sue molteplici declinazioni, ha saputo muoversi con risultati spesso straordinari basti pensare ad un capolavoro come Operation Mindcrime dei Queensryche.
È proprio in questa tradizione che si inseriscono i Vanderlust con The Human Farm, un lavoro ambizioso che fa della narrazione uno dei propri elementi portanti. L'idea di partenza è tanto semplice quanto inquietante: cosa accadrebbe se gli esseri umani si ritrovassero dall'altra parte della catena alimentare, trasformati in una sorta di allevamento da parte di una civiltà aliena? Da questo interrogativo nasce una storia di fantascienza che, dietro l'apparente distanza di un'ambientazione futuristica, finisce inevitabilmente per parlare del nostro presente.
Perché la Human Farm non è soltanto un luogo immaginario: è anche una metafora del controllo, del condizionamento e di quella sottile linea che separa la sicurezza dalla libertà. Una riflessione che attraversa l'intero album e che trova nella musica il proprio naturale complemento. I Vanderlust costruiscono infatti un sound capace di alternare power metal, progressive, reminiscenze classiche, passaggi più aggressivi e aperture atmosferiche, cercando di fare in modo che ogni elemento contribuisca allo sviluppo della storia.
Il risultato è un album pensato quasi come un film senza immagini, nel quale i brani diventano capitoli, le atmosfere assumono una precisa funzione narrativa e persino la struttura complessiva del disco contribuisce a lasciare aperta la domanda fondamentale: è davvero preferibile una vita libera, per quanto difficile e incerta, oppure una società nella quale non manca nulla, ma nella quale la libertà ha un prezzo?
Abbiamo contattato i Vanderlust nella persona del chitarrista Francesco "Franz" Romeggini per ripercorrere la genesi di The Human Farm, capire come si costruisce musicalmente un concept così articolato, parlare delle influenze filosofiche e cinematografiche che ne hanno alimentato la storia e analizzare l'evoluzione della band rispetto al debutto. Fino ad arrivare alla domanda più scomoda di tutte, quella che il disco lascia volutamente senza risposta: e se, in fondo, anche noi vivessimo già dentro una Human Farm?

Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana

Ciao Francesco e benvenuto sulle nostre pagine. Partiamo subito con il piede sull'acceleratore: The Human Farm è un concept album decisamente ambizioso. Da dove nasce l'idea di raccontare un'umanità trasformata in una sorta di allevamento da parte di una razza aliena?
Ciao Beppe, grazie a te della recensione e dello spazio per l'intervista. L'idea nacque circa quattro anni fa in una conversazione tra me (Francesco), Giacomo (batterista) e Santo (ex-bassista). Parlavamo dell'allevamento degli animali e ci siamo immaginati come potevamo vivere noi umani al loro posto, immaginando tutti i pro e i contro. Da lì abbiamo provato a sviluppare una storia che potesse essere raccontata in un disco.

L'aspetto che colpisce maggiormente è la struttura cinematografica del disco: sembra quasi di ascoltare la colonna sonora di un film di fantascienza. Quanto è stato importante, durante la composizione, immaginare visivamente le scene che stavate raccontando?
Sono veramente contento che arrivi questo, è importantissimo. Il lavoro alla base di questo disco mirava proprio a raccontare una storia con la musica. Ogni riff, ogni linea vocale, tutto è stato studiato minuziosamente per descrivere al meglio ciò che la storia voleva dire in quei punti. Non si tratta semplicemente di inserire dei testi in una serie di brani, ma di farli anche raccontare dall'atmosfera dei brani.

La storia mette sul tavolo temi come libertà, controllo, manipolazione e condizionamento. Quanto c'è di fantascienza e quanto, invece, è una metafora della società contemporanea?
La storia ha ovviamente uno sfondo di fantascienza, ma credo che descriva bene quello che è da sempre l'andamento della società umana. Il conflitto tra desiderio di libertà e bisogno di protezione è sempre stato il perno attorno a cui oscilla l'andamento della nostra storia, dalle civiltà più antiche fino alla società moderna. Gli avvenimenti più significativi si basano sempre su questo dualismo.

Il concept è piuttosto articolato e segue un vero sviluppo narrativo. Avete costruito prima la storia e poi la musica, oppure musica e trama sono cresciute all'unisono?
Diciamo che, inizialmente, avevamo qualche brano in fase di composizione. Alcuni erano idee che non eravamo riusciti a includere nel primo disco, per motivi di spazio. Da quando abbiamo progettato di scrivere il concept album, tutto quello che componevamo cercavamo di contestualizzarlo nella storia; per quanto riguarda le idee precedenti, abbiamo cercato la loro collocazione narrativa.

Storia e musica si sono influenzate a vicenda. Ci sono punti dove, ad esempio, brani già composti erano loro a dettare come sarebbe stata la storia in quel momento, e la svolta narrativa si muoveva di conseguenza.
Musicalmente parlando, il vostro è il classico album che unisce reminiscenze vicine al power metal, aperture progressive, reminiscenze classiche e momenti più aggressivi, senza rinunciare a passaggi atmosferici e cinematografici. Come avete trovato l'equilibrio tra tecnica, melodia e necessità narrative?

La risposta è in realtà molto semplice: abbiamo suonato quello che ci piace! Ognuno di noi ha un bagaglio musicale che va a costruire il sound. Abbiamo rodato un nostro equilibrio già componendo il primo disco; adesso che ci conosciamo meglio, riusciamo a comporre con più naturalezza mescolando le nostre idee.
Una buona parte di noi è appassionata di prog metal e tecnicismi, ma quello che abbiamo sempre voluto è allontanarci dai cliché del prog, un genere ormai inflazionato, e saper rendere utili quegli elementi alla costruzione di qualcosa, non fossilizzarci su di essi e basta.

È indubbio che siate tutti musicisti di ottima caratura e nel disco la preparazione tecnica si sente, ma fortunatamente non diventa mai un esercizio di autocompiacimento. Quanto è difficile mettere la tecnica al servizio della canzone invece di lasciare che sia la canzone a diventare un pretesto per esibire la tecnica?
Il segreto è divertirsi, provare piacere in quello che si fa, suonare non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per un puro appagamento personale. Quando nel profondo si vive questo, tutto il bagaglio tecnico diventa solamente un mezzo: il vero obiettivo è costruire qualcosa che ci piaccia e che suoni bello.
Vengono quindi fuori brani dove c'è bisogno di tecnica, ma perché l'emozione del brano lo richiede, e brani invece più semplici. Arrivare a comprenderlo non è così facile, fa parte del percorso di maturazione di un musicista e, di conseguenza, di una band.

“Golden Shackles” rappresenta perfettamente il concetto delle “catene dorate”: una società apparentemente perfetta che nasconde qualcosa di terribile. È questo il brano che secondo voi meglio fotografa l'essenza dell'intero album?
Potrebbe essere, sicuramente è uno dei più rappresentativi sia dal punto di vista narrativo che musicalmente. Ha qualche parte in tempi dispari, ma poi lascia spazio a sfuriate speed, ha un ritornello molto orecchiabile e catchy, un passaggio in growl.
Una sua caratteristica che potrebbe descriverci è una sorta di complessità di riffing che va ad accompagnare melodie più semplici e dirette. Un altro esempio di brano che fotografa bene il nostro sound potrebbe essere “Viral Escape”.

“The Turning Point”, “Viral Escape” e “From The Cave – Fuga” segnano momenti differenti della storia. Avete assegnato a ogni brano una precisa funzione narrativa, come se fossero scene o capitoli di un film?
Assolutamente. La cosa curiosa è che ognuno di questi brani è stato composto prima di pensare al concept, sono stati poi evoluti e adattati alla storia.
“The Turning Point” è un brano un po' alla Tool, con questa atmosfera criptica e progressiva. Abbiamo pensato a un momento della storia dove piano piano cresce una nuova consapevolezza nei personaggi, trasformandosi in una decisione.
“Viral Escape” e “From The Cave - Fuga” raccontano due momenti distinti nella storia in cui i protagonisti fuggono. Sono due corse spaziali e la musica, nella sua turbolenza, deve descrivere questo.

Il riferimento alla "Caverna di Platone" aggiunge al concept una dimensione filosofica tutt'altro che banale. Perché avete sentito l'esigenza di inserire questo elemento all'interno della storia?

I personaggi di questa storia sono stati privati del loro passato, non sanno da dove vengono, le poche informazioni che hanno sulla storia dell'umanità sono molto preziose. Abbiamo immaginato che il mito della caverna di Platone fosse una di queste, un modo per potersi ricollegare alla loro identità. Nella storia loro vivono esattamente quello che si racconta nel mito, la Human Farm è una specie di caverna, non hanno mai visto cosa c'è fuori di lì, hanno in mente delle ombre, che sono i pochi racconti che si sono tramandati nella storia. Tutta la storia del concept potrebbe essere vista come persone dentro la caverna che cercano di uscire per scoprire di chi sono quelle ombre, inseguendo il "sole" della libertà e dell'autosufficienza.

Dopo tanto "rumore" la malinconica "Drive" introduce una dimensione più emozionale e quasi da power ballad. Quanto è stato importante per voi inserire momenti di respiro all'interno di un album così ricco di avvenimenti e cambi di atmosfera?
"Drive" era un brano necessario per ammorbidire l'andamento di un disco già molto turbolento e adrenalinico. Descrive un momento di stallo della storia, malinconico in una prima parte e speranzoso nella seconda, esattamente come quello che accade in quel momento della storia. Gli umani, essendo fuggiti dalla Human Farm, stanno cercando un pianeta nuovo dove insediarsi, inizialmente hanno paura di morire vagando nello spazio, poi succede qualcosa, il radar segnala un pianeta potenzialmente abitabile e la speranza si riaccende. E' una ballad che richiama un po' i classiconi anni '80 e forse anche un po' le power metal band scandinave.

La conclusiva "Humanity 3.0 – The New Canaan" lascia parecchio materiale su cui riflettere. Avevate già deciso dall'inizio quale sarebbe stato il finale della storia oppure avete lasciato che fosse il percorso musicale a indicarvi la conclusione?
Era da molti anni che sognavo di fare un disco con un andamento circolare, ovvero che si concludesse esattamente come iniziava. Con "The Human Farm" il sogno di una vita si è potuto realizzare, la storia di questo concept si conclude vedendo i protagonisti porsi lo stesso interrogativo dell'inizio: valeva la pena lottare così tanto per arrivare fin qui? Oppure era meglio rimanere nella Human Farm? Non diamo una risposta, la risposta è personale, la storia è concepita per lasciare aperto il dubbio, deve essere il pubblico a dare la sua risposta.

Rispetto al vostro debutto omonimo, dove pensate sia avvenuta la maggiore evoluzione dei Vanderlust: nel songwriting, negli arrangiamenti, nella tecnica o soprattutto nella capacità di costruire un'identità sonora riconoscibile?
Io credo nella capacità di comporre qualcosa di "personale" e saperlo legare allo scenario che si vuole raccontare. Nel primo disco ogni brano raccontava una storia, erano quindi tutte storie diverse ma con tematica sci-fi. Dal punto musicale il primo disco aveva già dei buoni ingredienti, ma dovevano ancora essere mescolati in maniera più funzionante e originale, un certo modo di suonare old school doveva un attimo diversificarsi dalle band passate e trovare un suo linguaggio. La crescita è stata sul piano del songwriting, in funzione di un'identità sonora riconoscibile.

Ed eccoci alla domanda che probabilmente molti si faranno: Vanderlust è una project band/side band oppure vi considerate ormai una band a tutti gli effetti? Quanto è importante per voi definire questa identità? Quando componete per i Vanderlust avete una libertà diversa rispetto alle vostre altre band e collaborazioni? La dimensione di progetto parallelo vi permette di osare maggiormente?
I Vanderlust non sono un side project, sono la band principale di ognuno dei componenti. Ognuno di noi ha avuto band diverse in passato (io e il batterista gli S91, il cantante i Dreal, il bassista gli Speed Kills) ma nessuno di noi ne fa più parte. Questo progetto è sempre stato, fin dalla sua nascita, il progetto principale dei suoi componenti.

Avete intenzione di portare questo progetto anche sul palco in maniera strutturata? Possiamo aspettarci concerti, date fuori dalla vostra comfort zone o addirittura un vero e proprio tour?
Assolutamente sì, stiamo facendo diverse date per promuovere il disco, abbiamo suonato da poco anche all'Hard Rock Cafe di Firenze, un palco molto importante nella nostra regione. Presto annunceremo anche una data fuori regione e tanti altri begli appuntamenti live. Seguiteci sulle nostre pagine social per poter essere sempre aggiornati.

Un concept di questo tipo sembra quasi chiedere di essere sviluppato ulteriormente. La storia dei Vanderlust finisce con The Human Farm oppure avete già iniziato a immaginare quale potrebbe essere il prossimo capitolo?
E' un'ottima domanda, a cui al momento non sappiamo rispondere neppure noi. Stiamo valutando ovviamente di comporre del materiale nuovo e dare a questa fatica discografica un seguito, nel caso potrebbe essere un altro concept album, addirittura anche un seguito della storia di The Human Farm … Ma non sappiamo ancora dirlo.

Chiudiamo tornando al concetto fondamentale del disco: se vi venisse offerta davvero una società nella quale non vi manca nulla, ma in cambio doveste rinunciare alla vostra libertà e accettare una data di scadenza, scegliereste le vostre "catene dorate" o preferireste una vita libera, anche se molto più difficile?
Eheh, la risposta a questa domanda non è facile, ed il bello è che ognuno di noi potrebbe dare una risposta diversa, può cambiare da individuo a individuo. Personalmente preferisco non dare questa risposta, ma lasciare che sia il pubblico a darla (sarebbe interessante leggere i commenti dei fan a riguardo). La libertà ha sempre un prezzo, viviamo ogni giorno soggetti a regole, orari, schemi organizzativi, ed è bene che sia così, ma il bello della vita è proprio questo, ogni tanto ognuno di noi può chiedersi se la sua vita sia quella che voleva o se sta vivendo in una Human Farm da cui fuggire.

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