Serpent Circle - Silent Scream

 


“Alla fine ne resterà soltanto uno.”
Recitava il trail di una famaosa pellicola cinematograica di tanti anni fa, Highlander, e mai come nel caso di Donato Gallicchio questa frase sembra trovare una sua particolare ragione d'essere. Non perché nella musica debba necessariamente esserci un vincitore e nemmeno perché chi rimane sia necessariamente il migliore, ma perché attraversare decenni di heavy metal continuando a rimettersi in gioco richiede una determinazione che non tutti possiedono.
Donato ha scelto di farlo in un territorio che, soprattutto negli anni Novanta, era tutt'altro che una delle capitali del metal italiano. La Lucania non era certo il primo posto nel quale ci si sarebbe aspettati di trovare qualcuno disposto a imbracciare una chitarra, scrivere heavy metal e insistere quando intorno sembrava esserci ben poco a cui aggrapparsi. Eppure è proprio da lì che è cominciato un percorso lungo, ostinato e profondamente personale: dai Prime Movers Nothung ai Walkyria, passando per i Lucus, fino al progetto solista DG Legacy e, infine, alla nascita dei Serpent Circle.
Un percorso nel quale ci sono stati demo, cambi di formazione, progetti conclusi, nuove partenze e inevitabili periodi di silenzio. Ma soprattutto c'è stata una costante: la voglia di non smettere di essere un musicista. Perché puoi cambiare band, cambiare compagni di viaggio, cambiare il modo di vivere la musica e persino convincerti, per un certo periodo, che sia arrivato il momento di appendere gli strumenti al chiodo. Ma certe passioni, evidentemente, non accettano pensionamenti.
E così Donato è tornato in pista con i Serpent Circle, affiancato da Mara De Canio, Antonio Pistone, Giuseppe Falasca e Rocco Visconte, trasformando un percorso nato quasi per caso attorno al progetto DG Legacy in una band vera e propria. Il risultato è The Eternal Instant, un titolo che sembra racchiudere perfettamente anche la sua storia: il tempo passa, le persone cambiano, le esperienze si accumulano, ma quel preciso istante nel quale capisci che devi tornare a suonare può diventare eterno.
L'uroboro scelto come simbolo dei Serpent Circle non potrebbe quindi essere più azzeccato. Un serpente che si morde la coda, la fine che torna a coincidere con un nuovo inizio, la morte e la rinascita. Esattamente quello che è accaduto a Donato più di una volta lungo questa strada.
E allora questa intervista parte proprio da lì, da una domanda apparentemente semplice ma che, dopo tutto questo tempo, forse è anche la più difficile: ne è valsa davvero la pena?
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana


Ciao Donato, partiamo dalla domanda più semplice ma forse anche dalla più difficile: oggi, guardando a tutto il percorso che ti ha portato alla nascita dei Serpent Circle e alla pubblicazione di The Eternal Instant, puoi dire che ne è valsa veramente la pena?
Ciao Beppe. Posso dirti che quando vedi la realizzazione concreta del frutto della tua passione rimani sempre soddisfatto; tutti gli sforzi intrapresi per poterlo realizzare vengono dimenticati o vanno a fare parte solo dell'aneddotica che ne descrive i momenti più complicati o divertenti.

Arrivati ad una certa età, rimettersi nuovamente in gioco con una band, un disco, prove, concerti, registrazioni e tutto quello che comporta, non è una scelta così scontata. Dove hai trovato la forza e soprattutto la voglia di ricominciare?
Gli stimoli per ricominciare scaturiscono proprio dalla passione per la musica hard & heavy. È sempre e solo quella il carburante che continua a imprimere energia, per quanto le vicissitudini della vita ti portino a iniziare e a terminare cicli; rimane sempre la voglia di esprimersi con il mezzo che trovo più naturale utilizzare per farlo. Quando poi hai modo di vedere che ciò che provi a trasmettere viene apprezzato da chi condivide il tuo stesso percorso, e anche da chi fruisce di ciò che hai realizzato, la voglia di non fermarsi diventa ancora maggiore.

Ti è mai capitato, durante la realizzazione dell'album, di pensare: “Ma chi me lo fa fare?”.... cosa ti ha fatto andare avanti proprio in quei momenti?
Personalmente le difficoltà mi hanno sempre stimolato a trovare soluzioni che mi permettessero di superarle. E, per fortuna, ho sempre trovato compagni di avventura che mi hanno supportato e sopportato lungo il cammino. Non ultimi i ragazzi della band, con cui abbiamo iniziato questa nuova e, credo, lunga avventura.

Ti faccio una domanda volutamente provocatoria: non ti senti un po' troppo vecchio per suonare una musica così pesante? Oppure pensi che l'età, nel metal, sia soltanto un numero e che la passione non abbia una scadenza?
L'età, in tutti gli aspetti della vita, è una convenzione. Di sicuro, quando gli anni iniziano a essere un po' numerosi, hai bisogno di un po' di tempo e concentrazione per le cose che devi fare, ma la passione non ha mai scadenza e ciò che facciamo, sia nel bene che nel male, rimane fino a quando ci sarà qualcun altro che la continuerà al posto nostro. È il ciclo della vita e non a caso abbiamo scelto come iconografia che contraddistingue i Serpent Circle l'uroboro, simbolo, tra gli altri, di continua rigenerazione.

Quanto è cambiato il tuo modo di vivere la musica rispetto a quando hai iniziato a suonare? Oggi suoni ancora per gli stessi motivi di allora oppure le motivazioni sono completamente diverse?

Quando iniziai tempo fa, i tempi e i modi di fare e fruire la musica erano abbastanza differenti. Le motivazioni di partenza forse erano un po' diverse da quelle che posso avere adesso ma, come dicevo prima, l'attitudine che si ha per ciò che ci appassiona è l'unica, reale e principale motivazione che ci spinge a metterci continuamente in gioco. 

The Eternal Instant è un debutto, ma dietro questo disco ci sono esperienza, vita vissuta e inevitabilmente anche qualche battaglia personale. Quanto di Donato Gallicchio c'è realmente dentro queste sette canzoni?

The Eternal Instant è un lavoro corale, sintesi delle esperienze di tutta la band; ognuno ha apportato la sua creatività e le proposte che ha ritenuto più affini a ciò che voleva esprimere. Da tutto ciò sono scaturiti i riff e le parole che costituiscono la tracklist.  

Il concetto dell'eterno ritorno, dell'uroboro, della morte e della rinascita sembra quasi perfetto per descrivere anche il percorso di una band e di un musicista. Ti riconosci in questa idea di cadere, rialzarsi e ricominciare da capo?
È la sintesi della mia vita. Ma penso che sia ciò che capita a qualunque essere umano. L'importante è sapere che ogni fine segna sempre un nuovo inizio.

Parliamo della nascita dei Serpent Circle: come hai conosciuto Mara De Canio e come avete deciso che era arrivato il momento di trasformare le vostre idee musicali in una vera band?
Qualche anno fa stavo cercando una chitarrista per registrare uno dei brani del mio disco solista (DG Legacy, n.d.a.), perché in Lucania non avevamo ancora avuto una axewoman che avesse inciso brani metal. Mi piacque molto il suo stile ritmico e le proposi di suonare anche su altri brani. Quando poi il disco venne pubblicato decidemmo di continuare, ma fondando una band stabile. Dopo un po' di tempo e vari cambi di formazione sono nati i Serpent Circle e la nostra identità ha iniziato ad assumere una connotazione definitiva.

Vorrei che fossi tu a presentarci gli altri musicisti dei Serpent Circle: chi sono Giuseppe Falasca, Antonio Pistone e Rocco Visconte, cosa portano nella band e che tipo di persone sono oltre che musicisti?
Con molto piacere. Antonio è entrato da subito a far parte della band e il suo stile chitarristico, abbastanza diverso da quello di Mara, ha creato la giusta combinazione per la stesura dei primi brani. Rocco alla batteria e Giuseppe alla voce sono arrivati dopo molti avvicendamenti, ma hanno creato la giusta alchimia e hanno impresso — con il loro slancio e la giusta attitudine, oltre che con le ottime qualità artistiche — un'accelerazione verso la definitiva conclusione del primo capitolo della nostra storia musicale.   

Una band funziona quando cinque persone riescono a diventare qualcosa di più della semplice somma dei singoli musicisti. Quando avete capito che i Serpent Circle stavano realmente diventando una band e non soltanto un progetto?
Sono d'accordissimo con quanto dici. Nella nostra band abbiamo capito che avevamo finalmente acquisito la giusta compattezza e amalgama quando, dopo l'ingresso di Giuseppe alla voce e con la tracklist pronta per essere registrata, abbiamo iniziato a sentire i brani girare come avremmo voluto. 

The Eternal Instant parte da una solida base heavy metal, ma lascia spazio anche ad aggressività, melodia e soluzioni meno prevedibili. Quanto avete cercato di mantenere un equilibrio tra tradizione e voglia di sperimentare?
Ognuno di noi ha predilezioni musicali, età e esperienze molto differenti. L'unico comune denominatore è la matrice metal, ma la nostra eterogeneità è il nostro punto di forza. Ci piace rimanere ancorati alla matrice hard & heavy, ben comprendendo però che bisogna suonarla in modo più moderno e attuale. In sintesi, i Serpent Circle non vogliono reinventare il metal, ma vogliono ricordare perché continua a esistere. Proprio perché è un genere che sa rigenerarsi e rinnovarsi attraverso le contaminazioni e il confronto con tutti gli spunti che la musica offre.

Tra i brani dell'album, “17” sembra avere qualcosa di diverso, quasi rappresentare una possibile strada per il futuro. È una sensazione che condividi? Potrebbe essere un'anticipazione di quello che sentiremo nel prossimo capitolo dei Serpent Circle?
Quello che posso dirti è che stiamo lavorando sul nuovo album e alcuni brani hanno già preso forma. Di sicuro stiamo rafforzando l'identità stilistica che delinea la nostra musica, e le radici affondano in The Eternal Instant.  

Realizzare un disco oggi significa affrontare spese, sacrifici, promozione e spesso pochissime certezze. Quanto è costato, in termini economici ma soprattutto umani, arrivare alla pubblicazione di The Eternal Instant?
Ogni sforzo profuso per realizzare un obiettivo prevede sempre sacrifici. Se però si ha la fortuna di essere parte di una squadra in cui si collabora per il raggiungimento degli scopi prefissati, le soddisfazioni al termine del percorso sono di gran lunga più appaganti rispetto agli ostacoli superati. E a tal proposito ringraziamo la nostra etichetta (Metal Zone Italia, n.d.a.) che, nella persona di Gianfranco Belisario, ha creduto nel nostro progetto e ci ha dato l'opportunità di poter realizzare fisicamente questo primo CD. 

Se dovessi tornare indietro al giorno in cui hai deciso di rimetterti in gioco, sapendo già tutte le difficoltà che avresti incontrato, lo rifaresti esattamente nello stesso modo oppure cambieresti qualcosa?
I viaggi nel tempo non sono attualmente praticabili, per cui faccio tesoro del mio passato e di tutte le esperienze avute per poterle mettere a profitto nel presente, e continuare in un futuro che, sono certo, sarà ricco di soddisfazioni.

Chiudiamo tornando alla domanda iniziale, ma questa volta voglio una risposta ancora più personale: Donato Gallicchio, dopo tutto quello che hai fatto per arrivare a The Eternal Instant, quando spegni l'amplificatore e rimani solo con i tuoi pensieri, riesci davvero a dirti “sì, ne è valsa la pena”? E soprattutto, cosa ti spinge a pensare che questa non sia ancora la fine del viaggio?
Il mio amplificatore è il cuore che metto nel fare ciò che più mi gratifica e, fino a quando batterà, vorrà dire che sarà sempre acceso per far sentire il più lontano possibile, e a quante più persone possibile, l'attitudine che mi caratterizza. Tempo fa decisi di non fare più musica, ma sono stati gli anni più duri della mia vita, per cui mi sono ripromesso di non ripassarci una seconda volta. Heavy Metal will never die!


Share on Google Plus

About beppediana

    Blogger Comment
    Facebook Comment

0 comments:

Posta un commento